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"A pignone fisso" - Storico articoli
06 ottobre 2003
Solo ai vincenti è concesso uscire dagli schemi, ma anche per Mario Cipollini le
manifestazioni della sua originalità sono state spesso e sono tuttora motivo di critiche e
contestazioni. Mi ricordo le multe per i pantaloncini fuori ordinanza; il rigido regolamento Uci
(che anche per l'abbigliamento ha fatto fatica a scrollarsi di dosso l'impronta
"conservativa") ha ricevuto i primi scossoni proprio dalla passione di super Mario per
il look: i suoi calzoncini gialli e rosa o a stelle e strisce hanno rappresentato un bell'affronto
al regolamento che imponeva esclusivamente e rigidamente il nero. Da allora, se in questo senso
qualcosa è cambiato, è grazie a lui. E' anche l'unico corridore che ha sempre
più o meno chiuso la stagione a luglio - dopo aver messo via un bel bottino di volate
vittoriose - e probabilmente le riflessioni sui moderni e disumani calendari hanno preso il via
anche dalle sue rinunce. Ma sarebbe ingiusto limitare il suo "non allinearsi" con un
semplice fatto di abbigliamento o di riposo: negli ultimi anni, nel periodo più buio e cupo
del ciclismo, è stato lui a mettersi il peso del movimento sulle spalle e a tirare avanti
la baracca. E proprio in queste ultime stagioni, con i suoi successi numerosi e prestigiosi, ha
creato più curiosità la gestione della sua attività: l'esclusione dalla gara
ciclistica più importante che ci sia, il Tour de France, è un fatto che continua ad
avere lati oscuri ma che - a quanto pare - continua anche a condizionare le sue decisioni.
Nonostante le molte mezze spiegazioni, questo braccio di ferro tra gli organizzatori del Tour e Re
Leone, è qualcosa che non risulta del tutto convincente. Sembra anche strano che in un mondo
dove gli interessi commerciali non sono esigui, un campione della sua caratura venga lasciato a
casa.Tra questi suoi alti e bassi spontanei o indotti è comunque cosa certa che Cipollini
non finisce mai di stupire: l'anno scorso il ritiro a sorpresa seguito poi dal titolo mondiale che
mancava all'Italia da vent'anni. Quest'anno la bella sfida con Petacchi al Giro, la sosta
prolungata dal mancato invito alla corsa a tappe francese e sottolineata dai tanti successi del
nuovo amico rivale, sembrava il quadro perfetto per un addio. Invece ecco di nuovo la sorpresa:
super Mario non va a difendere il suo titolo mondiale -che giustamente sarebbe indifendibile su un
simile tracciato- ma non è una scelta da canto del cigno; nonostante abbia stabilito tutti i
record e vinto gran parte del vincibile, Re Leone rinuncia ad una battaglia persa per concentrarsi
su altre a lui più congeniali. Perché l'esperienza e la maturità sono anche
questo: rinunciare all'inutile per concentrarsi con tutte le proprie risorse su ciò che
ancora conta ed è stimolante. E non poteva sorprendermi di più che tra i suoi
prossimi orizzonti non ci sia la bella vita a Montecarlo e nemmeno solo la voglia di ristabilire le
gerarchie tra chi domina le volate: Cipollini dice di voler fare l'inseguimento alle Olimpiadi di
Atene. Faccio fatica a pensare che sia vero, ma è bellissimo credere che lo sia!
13 ottobre 2003
In Sicilia, nel '94, mi chiesi per la prima volta in base a cosa venissero scelti i luoghi e le
date per i campionati mondiali di ciclismo. Mentre molti atleti cedevano sotto il peso delle
sofferenze agonistiche e sfiancati dal caldo palermitano di ferragosto, pensai ad una semplice
coincidenza sfavorevole. Rispolverai il dubbio l'anno successivo, quando per affrontare il mondiale
ai 2700 metri di Bogotà, ci volle un mese di ambientamento e tante bombole d'ossigeno (stile
Olimpiadi di Città del Messico '68 ) ad aspettare i corridori al traguardo. Mi convinsi del
fatto che gli atleti e l'aspetto agonistico sono del tutto ininfluenti nella scelta delle sedi e
delle date, ai 30 gradi col 90% di umidità che accolsero le Olimpiadi di Atlanta. Per questo
non mi meraviglio delle prossime che saranno ad Atene ad agosto.. ed è per questo che
invece mi sorprende la preoccupazione dimostrata dai massimi dirigenti della federazione
ciclistica internazionale, per l'assenza di qualche nome di spicco ai mondiali di Hamilton.
Preoccupazione che pare sia arrivata al punto di far partire modifiche al regolamento
internazionale, prevedendo provvedimenti disciplinari per evitare che ciò possa diventare
una moda. Timore a mio avviso eccessivo ed ingiustificato: chi rinuncia ha sempre torto, per cui
con la propria assenza dimostra la sua non competitività, dimostra di non potercela fare ed
è per questo già sufficientemente penalizzato: per motivi fisici, psichici o
motivazionali non importa; la vittoria è data dalla sinergia delle tre sfere. E chi sa di
avere delle ambizioni non rinuncia! In queste occasioni ritornano sempre i confronti col passato,
coi grandi campioni di un tempo instancabili ed invincibili durante tutta la stagione: eppure si sa
che un uomo non andrebbe mai giudicato al di fuori della sua epoca.
La maglia azzurra, che proprio negli sport professionistici trova sempre meno spazio, dimostra di
possedere invece un fascino intramontabile. Per uno che rinuncia (vedi Carlton Mayers nel basket,
che a questo punto si potrebbe definire il portabandiera sbagliato dei Giochi Olimpici di Sydney)
ci sono mille esempi illustri di attaccamento, a partire dall'ultima brillante nazionale di
Trapattoni.
Forse i massimi dirigenti internazionali delle due ruote, più di qualche professionista
prematuramente in vacanza si dovrebbe preoccupare di portare tutte le categorie agonistiche a
disputare l'appuntamento più importante all' ultima gara in calendario.
20 ottobre 2003
Nonostante il bis in coppa del mondo di Bettini e la presenza di sette corridori italiani nei primi
dieci della classifica, nonostante l'annata strepitosa di Petacchi ed il record di Binda finalmente
battuto da Cipollini, nonostante il bis di Simoni al Giro d'Italia ed il brillante ritorno di
Garzelli, una attenta analisi dell'annata appena conclusa non può lasciare particolare
entusiasmo.
Dalla rassegna iridata sia della strada che della pista siamo ritornati con un nulla di fatto. Il
settore femminile, negli ultimi anni contributo importante agli allori nazionali, ha vissuto una
battuta d'arresto. Le uniche soddisfazioni sono arrivate dagli europei della pista dove, le
categorie Juonires e Under 23, hanno saputo vincere qualche medaglia confermando per l'ennesima
volta (semmai ce ne fosse bisogno) che il nostro serbatoio a cui attingere è sempre buono e
che il fascino esercitato dalla bici a pignone fisso è sempre forte; ma conferma anche che
continuano, purtroppo, a mancare le condizioni per mantenere alto nelle categorie maggiori il
livello del settore. Siamo nell'anno pre - olimpico e per tutte gli sport i bilanci assumono una
particolare rilevanza. Il ciclismo continua a vivere un dualismo di evidente difficile soluzione
tra l'importanza dell'attività su strada trainata dal movimento professionistico e l'enorme
rilevanza olimpica del settore della pista che vede ora salite a 12 le discipline inserite nel
programma a cinque cerchi. Palese dunque l'incoerenza che vorrebbe da una parte l'assenza di
specialisti e dall'altra le scelte della federazione internazionale che continuano a spingere in
quella direzione. Aumentare il numero delle discipline olimpiche del ciclismo su pista ha fatto
lievitare l'interesse verso questo settore del ciclismo anche da parte di Paesi che non hanno
tradizione ciclistica. Le prossime innovazioni che riguardano il settore sono relative allo
spostamento dell'attività nei mesi invernali, contribuendo ulteriormente ad accentuare il
gap esistente tra chi è strutturato e chi non lo è. Aumenteranno anche a dismisura
i costi per la preparazione dell'attività in mesi in cui da noi l'allenamento all'aperto
risulta tremendamente inibito dal clima. Problema di non facile soluzione restando
l'attività lontana dagli interessi degli sponsor. Dal 2005 vedremo dunque pistard attivi
durante l'inverno ma costretti ad aspettare l'estate per gli avvenimenti più importanti
come mondiali ed Olimpiadi? Quali saranno i risvolti? Si spera che gli stradisti faranno la pista
d'inverno per poi lanciarsi nei loro iper-calendari dalla primavera all'autunno? Temo che gli
unici effetti di questi nuovi cambiamenti diventino un ulteriore ostacolo alla ipotetica
possibilità di rilancio del nostro settore pista che, nonostante tutto, sembra ancora
piacere tanto ai nostri giovani.
24 ottobre 2004
Per gli appassionati di ciclismo probabilmente dice di più il nome Alto Volta, perché
è lo stato dove Fausto Coppi riscontrò la malaria. Ora però lo stesso posto si
chiama Burkina Faso e -sebbene non se ne parli mai- vanta un grandissimo risultato: nonostante la
povertà e le difficoltà climatiche è diventata una vera e propria culla di
ciclisti, dove il senso della bici si divide tra l'essere un fondamentale mezzo di trasporto ed una
grande occasione di divertimento. E questa passione per le due ruote si concretizza anche con una
corsa a tappe professionistica ormai diventata un appuntamento classico nel calendario mondiale.
Sembra strano che in un Paese che lotta ancora con la fame ci sia la voglia e la forza per
sostenere una manifestazione sportiva professionistica, eppure è proprio così!
L'edizione 2003 del Giro del Burkina si è da poco conclusa con il solito entusiastico
successo. La Francia, non trascura di "contagiare" di passione per le due ruote questa
sua ex colonia -che vede probabilmente come bacino a cui attingere adepti- Anche JaJa, ovvero
Jalabert, lasciato il professionismo per dedicarsi al giornalismo televisivo è stato tra
gli inviati del tutto speciali nelle tante manifestazioni collaterali del Tour del Burkina. Due le
considerazioni: dai cento metri alla maratona, dagli sport di pura prestazione a quelli più
tecnici come il basket, ormai gli atleti di colore hanno da tempo consolidato la loro supremazia.
Strutture più adatte allo sforzo fisico breve o prolungato sembrano sempre più
coniugarsi al colore nero della pelle. Nel ciclismo come nel nuoto il dominio pare cosa ancora
lontana ma: mentre in piscina il successo sembra compromesso geneticamente, sulla bici invece il
motivo è ancora tecnico o probabilmente economico e quindi destinato a vedere dei
cambiamenti nel prossimo futuro. Già nell'attività su pista - soprattutto nelle gare
di velocità- tra francesi, cubani e sudamericani la riscossa degli atleti di colore sembra
già iniziata. Seconda considerazione riguarda invece il discorso educativo. In Burkina -
come negli altri Paesi in cui si lotta ancora per la sopravvivenza - dove la nostra ipocrisia
occidentale ci spinge a impegnarci solo con qualche minima donazione per pulirci la coscienza, lo
sport è visto come valore, è visto come importante investimento per dare ai giovani
uno sbocco ed una possibilità di crescita in più. C'è da chiedersi tra le
parti in questione quale sia quella in difficoltà ed ammettere senza vergogna che forse
siamo noi ad avere bisogno di un aiuto umanitario da parte loro!
27 ottobre 2003
Sono passati diversi secoli da quando bastava avere i capelli rossi per finire sul rogo; eppure
centinaia di anni non sono serviti ad evolvere un tremendo meccanismo che, con altri mezzi ed
altri protagonisti, continua ad affondare le radici nella stessa perversione: arrogarsi il diritto
di giudicare i destini delle vite altrui sulla base del pregiudizio, dell'ignoranza e della
presunzione. La pubblica gogna della diffamazione ha preso il posto del rogo ed i campioni,
indipendentemente dal colore dei loro capelli, vi finiscono sempre più spesso senza nemmeno
potersi opporre. Ormai non si tratta più di un eccezione: si ripetono i casi in cui
attraverso i media si fomentano sospetti sugli atleti, alimentando una campagna di scredito sugli
stessi che si rivela poi non supportata da nessuna prova, causando l'unico devastante risultato di
rovinare la festa nel migliore dei casi e la vita nel peggiore. Per non essere sibillina, mi
riferisco ad una serie di situazioni vergognose che negli ultimi anni hanno visto alimentare una
progressione di intollerabile superficialità. Per citare qualche esempio parlo della lista
degli atleti della nazionale olimpica di Sydney dal presunto Gh fuori norma; oppure del fantomatico
pentito anonimo che mise in croce il nostro nuotatore più famoso; o ancora al recente caso
di alcuni protagonisti del mondiale di Hamilton (tra cui anche il fresco campione iridato).
Superficialità aggravata dal fatto che le conseguenze rappresentano danni morali enormi per
le persone coinvolte: chi è preso di mira non può nemmeno reagire se non avviando
azioni giudiziarie di cui, vista la lentezza e l'ingolfamento di cui soffre l'iter della giustizia
nel nostro Paese, l'unico esito è l'archiviazione (poiché la diffamazione non risulta
essere un reato così grave se confrontato con quelli di chi rende sovraffollate le nostre
carceri... )! C'è qualcosa che mi sfugge in questo strano modo di fare informazione: qual
è lo scopo? Forse c'è una parte di mondo che è convinta che gli atleti siano
dei robot di ferro di cui poter sparlare ed insinuare il sospetto a piacere, perché tanto
più o meno tutti hanno qualcosa da nascondere? E c'è una parte di persone che
lavorano nell'informazione che ritengono di dover portare avanti questa filosofia? Oppure è
una sorta di frustrazione dovuta ad ambizioni agonistiche represse, per cui i soggetti in
questione si battono per arrivare primi nell'assurda gara delle notizie dall'attendibilità
ancora da verificare? Resto allibita di fronte ad un tale comportamento ed alle persone
responsabili di tali insinuazioni auguro di non avere fratelli, figli, parenti o amici che amino lo
sport o ancora peggio che abbiano le qualità per essere dei campioni.
Il cancro del doping ha spinto in un tunnel di agonia il mondo sportivo, la cui sopravvivenza
richiede impegno e risorse sempre maggiori (e quanto sta succedendo negli Stati Uniti con la
scoperta di questa nova frontiera del doping ne è una ulteriore triste prova); per rispetto
della sua parte ancora sana e pulita vorrei però ricordare una frase del dottor
Botrè, direttore del laboratorio di analisi antidoping di Roma: "per quanto sia sporco
il doping, bisogna continuare a combatterlo con mani pulite!"
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