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"A pignone fisso" - Storico articoli
14 ottobre 2002
Mentre Super Mario infierisce coi suoi poderosi watt sulle ultime pedalate, molti metri dietro
di lui, Paolo Bettini solleva le braccia, seguito "a ruota" da tutti gli altri
azzurri! Poi la telecamera chiude sul volto composto, sulla bocca chiusa, sull'espressione
seria di Cipollini che solo dopo aver tagliato il traguardo, alza le sue infinite braccia verso
il cielo. Il velocista toscano guascone ed eccentrico, aspetta a festeggiare: te lo insegnano
da piccolo di non togliere le mani dal manubrio fino a quando non hai passato la linea; un
professionista come lui non può rischiare un errore tanto banale e nella concentrazione
massima in cui è calato, non si accorge che sta vincendo la volata per distacco; in un
campionato del mondo piatto e veloce, dove nessuno è riuscito nemmeno a tentare una
fuga, lui arriva solitario! Non deve essere stato facile a 35 anni prendere il via da favorito
al primo mondiale della carriera; non deve essere stato facile nemmeno convivere con la
responsabilità di una nazionale che si sacrifica e lavora per te, perché sei il
più forte nelle volate e non puoi sbagliare. Ancora peggio se sei costretto a partire
col numero "17" e da bravo toscano magari sei anche un po' superstizioso! Ma oggi 13
Ottobre 2002 l'equazione è risolta: sfide e responsabilità stanno a Cipollini
come la benzina sta al fuoco! E vederlo sul podio con la maglia iridata, dopo che solo tre mesi
fa aveva deciso di lasciare il ciclismo, sembra una di quelle assurdità che solo la
realtà alle volte sa mettere insieme. In un momento in cui a livello professionistico
mondiale il significato della "maglia nazionale" pare entrato in crisi (vedi il
coinvolgimento di seconde schiere, vedi la figuraccia del dream team del basket) niente poteva
essere più bello di vedere la squadra italiana dei ciclisti professionisti, dare un
esempio di sana e robusta costituzione di valori troppo spesso messi in discussione. Cipollini
alla vigilia diceva: "cerco l'impresa della vita"; il Ct Ballerini con
sensibilità, coraggio ed il sapiente contributo del saggio Alfredo Martini, ha cementato
la sua determinazione. Oggi l'Italia ha gioito di un titolo che le mancava da troppo tempo e
col quale, forse, si riaccenderà l'entusiasmo degli appassionati delle due ruote da
tempo ormai a secco di belle emozioni. Non me ne voglia super Mario, ma al suo fiero e commosso
primo piano ad occhi chiusi sulle note dell'inno di Mameli, preferisco -quale immagine
vittoriosa di questo mondiale- le braccia alzate di tutti gli azzurri; esemplare icona di un
celebre motto che recita: "se molti uomini sognano insieme il sogno diventa
realtà!"
Dopo tante giornate di gare condizionate dalla pioggia il tiepido sole di Zolder ci ha regalato
un arcobaleno lungo dieci anni!
21 ottobre 2002
Non intendo più entrare nel merito delle questioni relative alle mie dimissioni
dall'incarico di Direttore Tecnico della pista, ma desidero solamente approfondire un pensiero:
chiunque abbia praticato sport ad alto livello sa bene quanto le difficoltà oggettive
dell'essere atleta siano aggravate da quelle relative alla disorganizzazione ed
all'indifferenza in cui troppo spesso l'atleta è costretto a muoversi. Il mondo è
pieno di atleti con enormi qualità che hanno dovuto smettere perché non hanno
trovato condizioni favorevoli alla propria maturazione; quelli che non hanno smesso o sono
stati spesso sul punto di farlo o sono stati baciati dalla fortuna o sono riusciti, per motivi
diversi, a crearsi un a propria bolla di autonomia. Quello che voglio dire è che la
stragrande maggioranza di atleti non arriva ad organizzarsi in maniera autonoma e vede quindi
dipendere la propria possibilità di riuscita dalle opportunità che gli vengono
offerte. E proprio in questa direzione ritengo che dovrebbe sempre rivolgersi tutte le risorse
di chi lavora nel mondo dello sport agonistico.E' evidente invece che tra il mondo dello
"sport praticato" e quello dello "sport diretto" c'è un abisso che
è stato ed è ancora oggi troppo profondo; proprio per questo ritengo che gli
atleti che -finita la carriera- hanno la possibilità di cimentarsi in quella
dirigenziale e tecnica, non si debbano omologare al sistema che trovano. Non mi riferisco nello
specifico al sistema di una federazione piuttosto che di un'altra, ma alla generale
burocratizzazione dei termini relativi all'attività ed alla spersonalizzazione di chi la
pratica. Ogni atleta per onorare la fatica che ha fatto, gli ideali con cui si è
battuto, le soddisfazioni di cui ha gioito, nel momento in cui viene chiamato a svolgere un
ruolo da dirigente, dovrebbe ribellarsi alla briglia di indifferenza che lo blocca e lo
attanaglia e che è così lontana dalla vera essenza dello sport.
28 ottobre 2002
Con le affascinanti immagini di New York negli occhi il pensiero corre facile verso un altro
grande evento ma, a due ruote e di casa nostra: la maratona delle Dolomiti! Chi c'è
stato almeno una volta, sa quale suggestivo spettacolo rappresenti. Quest'anno un blitz dei Nas
inquinò quell'aria frizzante che in Val Badia si respira anche d'estate. Negli occhi
dell'organizzatore Michl Costa c'era incredulità: a chi gli parlava dell'accaduto,
rispondeva con frasi tronche, spente; sembrava improvvisamente catapultato in un altro pianeta,
così lontano dall'aurea di misticità che sanno produrre quei chilometri
ininterrotti di fiume umano che si arrampicano sui passi più belli del mondo; quello
sguardo serio, assolutamente innaturale per chi lo conosce, denunciava tutta la gravità
del pericolo in agguato: basta poco a far cambiare di colore le acque cristalline! E per
proteggere la sua oasi Michl Costa non si è fermato alle parole; martedì 22
Ottobre, a Milano, nel corso di un convegno sui problemi del ciclismo (Salvare il ciclismo
patrimonio della cultura italiana) proprio il Presidente del comitato organizzatore della
Maratona delle Dolomiti ha lanciato un'iniziativa veramente all'altezza della manifestazione
che organizza. Si tratta di un progetto pilota in tema di prevenzione al doping, che nasce da
un regolamento interno: chi vuole partecipare dovrà iscriversi al neonato "club
Maratona" che comporta degli obblighi "etici", (chiaramente espressi in una
scheda informativa all'atto dell'iscrizione). Tali obblighi consistono nella collaborazione a
tutte le iniziative che potranno essere messe in atto: controlli alla categoria elite al
completo, ai primi classificati di ogni categoria ed anonimi (a sorteggio) a fini statistici.
Per gli atleti con precedenti positività sarà impedita la partecipazione a
qualsiasi manifestazione sportiva organizzata dal Comitato. Il supporto tecnico-scientifico
verrà dato dall'azienda ospedaliera dell'università di Padova, che sarà
presente con uno staff di 8 esperti medici coadiuvati dal Professor Santo Ferrara. Questo
progetto si inserisce in una linea di condotta (più volte espressa e mai ancora messa in
atto) di qualificare le manifestazioni amatoriali; ovvero, di provocare un meccanismo di
emulazione che, facendo leva sull'importanza etica dell'iniziativa, spinga gli altri
organizzatori a fare altrettanto. Non essendoci alcuna regolamentazione in grado di obbligare i
comitati organizzatori ad adottare tali precauzioni, il fatto che parta l'esempio (proprio da
un evento così autorevole) potrebbe ora provocare un meccanismo di imitazione
importante: tutte le altre gare dovrebbero organizzarsi per essere qualitativamente sullo
stesso piano. Una volta che il circuito di gare si dividerà tra gare
"qualificate" e gare libere, si creerà poi la discriminazione tra atleti che
partecipano alle gare di un tipo e dell'altro. Tutto ciò sembra molto artificioso e
complicato ma se l'etica diventa "valore aggiunto" forse arriverà là
dove ancora i regolamenti e le scienze non sanno arrivare. Complimenti al comitato
organizzatore di una così grande evento, che ha avuto il coraggio di rischiare per
salvare il senso di una manifestazione che prima che business deve essere "sport":
auguriamoci che, aperta la via, ora siano in molti a seguirla!
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