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"A pignone fisso" - Storico articoli

03 marzo 2003
La stagione ciclistica riparte anche per le donne: a livello internazionale, in Australia già in questo fine settimana, c'è la prima gara di Coppa del Mondo; a livello nazionale si dovrà aspettare invece il prossimo week - end per l'apertura ufficiale, ormai da tempo gemellata con la gara di Castenaso (Bo). Sarà una stagione interessante per due motivi: il normale rilievo che tutti i risultati assumono nell'anno pre -olimpico e per lo spostamento d'attenzione motivato dall'uscita di scena di tante vecchie colonne di questa disciplina. L'anno scorso è stato l'ultimo per una serie di atlete che hanno fatto la storia del ciclismo italiano: Roberta Bonanomi, instancabile capitana negli anni d'oro della nostra nazionale, Sara Felloni, ottima velocista da classiche, Gabriella Pregnolato, gregaria di lusso e Greta Zocca, sprinter infallibile, hanno detto basta. D'altra parte, l'anno scorso, è stato il primo in cui un gruppetto di giovani ragazze molto promettenti nelle categorie giovanili, hanno dimostrato di aver bene assorbito il salto, troppo spesso fatale, nel mondo dell'elite. Il 2003 si profila dunque come un banco di prova per capire se il cambio generazionale ci può permettere di guardare con fiducia alle olimpiadi di Atene. Sul giovane gruppo emergente si possono fare anche i nomi, perché i fatti hanno già parlato chiaro. Vera Carrara ha vinto medaglie un po' in tutte le discipline nelle manifestazioni internazionali della categoria under 23. Nella categoria elite ha vinto qualche gara su strada, un paio di titoli tricolori in pista ed ha salvato la spedizione azzurra ai Mondiali su pista di Copenhagen, portando a casa un bellissimo bronzo nell'individuale a punti. E' senza dubbio una certezza polivalente. Al suo fianco ci sono la giovanissima e grintosissima Giorgia Bronzini, anche lei forte su più fronti, Noemi Cantele ed Alessandra D'Ettorre. La disciplina non è delle più facili, le difficoltà dello sport dilettantistico italiano non aiutano, la crisi di vocazione generale verso gli sport di prestazione aggrava il tutto, ma una piccola oasi fertile nell'orizzonte desertico sembra proprio esserci. Peccato sia notizia fresca di questi giorni la decisione di abbandonare l'attività da parte di Elisa Frisoni, la pistard veneta che nella scorsa stagione ha stupito tutto il mondo vincendo (pur essendo Juniores del primo anno) 2 titoli europei e ben 3 titoli mondiali di categoria nelle discipline veloci della pista. Il tutto condito dal conforto di tempi di assoluto "valore" cronometrico. Forse Elisa non avrebbe abbandonato i suoi sogni di atleta se fosse arrivato il giusto inserimento nel club olimpico (struttura creata dal Coni per aiutare gli atleti che possono ambire a vincere una medaglia olimpica) con le relative sovvenzioni e tutele. Forse anche per Vera Carrara la vita sarebbe un po' più semplice in vista di Atene se il giusto inserimento fosse avvenuto. Come sta succedendo in questi giorni per i mondiali di sci nordico, si aspetteranno gli insuccessi olimpici per fare polemica su ciò che non è stato fatto!



11 marzo 2003
Gli anni passano ma l'8 Marzo resta uguale, con le sue mimose, le sue manifestazioni, le sue tante domande sempre senza risposta. Uscire a mangiare una pizza è impossibile senza prenotazione: in ogni locale, tavolate lunghissime di donne festeggiano il "loro" giorno. Che significato avrà quella cena insieme? Risulterà diverso al cambiare dell'età, della latitudine, della posizione sociale? Probabilmente si, come è molto probabile che ancora non esista una visione chiara su quella che è la situazione dell'emancipazione femminile nel nostro Paese. Sembrerebbe ridicolo porsi ancora tante domande, invece la realtà, a partire dall'assenza femminile nel mondo della politica ed in tutti i luoghi di potere, dimostra che non lo è. Queste domande non risparmiano nemmeno il mondo dello sport dove, mai come negli ultimi anni, le donne hanno tenuto in alto i colori azzurri, salvando spedizioni fallimentari in alcuni casi e contribuendo in altri, a raggiungere posizioni insperate nel medagliere. Anche nel mondo sportivo sembrerebbe dunque ridicolo porsi ancora domande relative alla discriminazione: invece la realtà, a partire dall'assenza femminile nel mondo dirigenziale ed in tutti i luoghi di potere, dimostra che ridicolo non è. Che i dubbi sono più che leciti lo dimostra che, nel 2002, il Ministero per le Pari Opportunità ha creato un'apposita commissione per valutare la reale situazione discriminatoria esistente nel panorama sportivo nazionale. Come se non bastasse, da pochissimi giorni è nata (esattamente il 6 Marzo) anche la commissione Donne e Sport del Comitato Olimpico Nazionale Italiano. La novità è frutto di una strana coincidenza: qualche mese fa si è tenuto a Roma, organizzato dal CIO con la collaborazione del CONI, un simposio sulle donne e lo sport a cui hanno aderito tutti i Paesi che si affacciano sul Mediterraneo; durante i lavori è emerso che proprio l'Italia, Paese ospitante, era l'unico comitato olimpico a non avere una commissione che si occupasse dell'argomento. Pur senza addentrarci nei dettagli è un dato di fatto che il mondo sportivo necessiti di regolamentazioni chiare ed univoche, che soddisfino anche le nuove esigenze messe in luce dal significato moderno dall'attività agonistica. In questo quadro di necessità generali è quasi scontato che il movimento sportivo femminile, con le sue intrinseche difficoltà, risulti ulteriormente svantaggiato. Le campionesse che ce la fanno sono solamente il vertice di una piramide pericolante. E anche quando ce la fanno, difficilmente quel vertice ha la stesso significato che avrebbe per un uomo. La dice lunga il fatto che, anche negli Stati Uniti, il problema sia più che mai attuale. Il circolo di golf più prestigioso nonché uno dei club più elitari degli USA, l'Augusta National Club continua a negare l'accesso alle donne, dopo che solo pochi anni fa era stato costretto ad aprirsi agli uomini di colore. Grave è che sponsor importanti, che appoggiano anche i Giochi Olimpici con il loro significato di universalità, pace ed uguaglianza, sostengano un club che ancora perpetra una tale discriminazione. Alla luce di questi fatti viene purtroppo spontanea una considerazione: il razzismo basato sul differente colore della pelle non esisterebbe se non ci fosse prima un razzismo basato sulla differenza di genere.



17 marzo 2003
La Tirreno - Adriatico la corsa dei due mari, la seconda corsa a tappe italiana, ha messo in luce le due facce del ciclismo nostrano. Da un lato Cipollini, coi suoi 35 anni, fresco campione del mondo, reduce da una stagione strepitosa, più che mai calato nei panni di traghettatore delle due ruote verso un equilibrio ed una serenità che da tempo ormai mancano all'ambiente; dall'altro Filippo Pozzato, 21enne di enorme talento che sembra destinato a raccogliere la difficile eredità, carica di responsabilità, di accendere gli entusiasmi un po' assopiti del grande pubblico. La Milano - Sanremo di domenica prossima pare incarnare la stessa contrapposizione: Cipollini, dall'alto della sua esperienza e della ancora invidiabile forma, cercherà il grande sogno, suo e dei tifosi, tentando di arrivare ancora una volta davanti a tutti sul traguardo di via Roma. Questa volta però sarebbe con la maglia iridata, sarebbe un'altra pagina di storia bella ed emozionante nel vasto e triste panorama di cronaca nera del ciclismo degli ultimi anni, sarebbe un altro spettacolo di Re Leone da incorniciare ed appendere nella galleria dei ricordi senza tempo. All'altro estremo ci sarà Filippo Pozzato alla sua prima esperienza da protagonista, appoggiato da una grande squadra in cui molto probabilmente (visto lo strepitoso stato di forma) sarà investito del ruolo di capitano. Sarà un altro quadro di vecchio e nuovo a confronto, per uno spettacolo sportivo da intenditori ma anche per riflettere civilmente sul domani, per scongiurare che accada (come avverte una famosa pubblicità televisiva) che i rifiuti di oggi finiscano nel futuro dei nostri figli.
Filippo Pozzato, a detta degli esperti, ricorda il giovane Saronni e tutti ci auguriamo che, come tale, possa trovare nell'altrettanto giovane e talentuoso Ivan Basso il Moser per una nuova, moderna e coinvolgente rivalità. A questi due grandi ragazzi voglio affiancare anche Manuel Quinziato, bolzanino già campione europeo a cronometro nella categoria under 23 e lo scorso anno, titolare in azzurro ai mondiali di Zolder nella gara contro il tempo. Questi giovani ragazzi che iniziano ad affacciarsi alla grande ribalta del panorama ciclistico, meritano di trovarsi a trainare un ambiente integro e credibile e per questo apprezzo l'impegno di Cipollini: nonostante gli infiniti successi continua a trovare motivazioni ed energia per realizzare imprese, per tenere alto l'entusiasmo, per inventare nuovi orizzonti, per rinnovare un mondo troppo spesso bloccato in un immobilismo negativo. Se riuscisse a concretizzare anche il sogno di domenica prossima, sotto l'arcobaleno proiettato nel futuro che parte dal petto di Super Mario, ci sarebbe un tesoro impreziosito da un altro rarissimo gioiello da regalare alla nuova generazione di campioni di casa nostra.



24 marzo 2003
Aver visto il bel Cipollini avvolto e disinvolto nel suo elegante smoking al festival di San Remo rende ancora più spontaneo il confronto tra la classica di Primavera e festival della canzone italiana. Se nel primo ci si aspetta il meglio dai nostri cantanti, nella seconda si spera sempre il meglio dai nostri ciclisti. Non sempre la realtà è all'altezza delle aspettative: non sempre, ma questa è una di quelle volte in cui è andata addirittura oltre. In linea con lo sventolio di bandiere di pace, l'arcobaleno di Super Mario sembrava l'emozione più intensa, la cornice più bella che ci si potesse augurare per le immagini del trionfo. Invece, quasi a fare da eco all'universalità che l'iride incarna, sul traguardo di via Roma si è illuminato un altro arcobaleno, quello meno atteso, quello verticale di leader di Coppa del Mondo, indossato dall'ex piccolo Bettini. Ex piccolo perché nonostante la taglia minuta, ed il ruolo di gregario (che faceva fatica a scrollarsi di dosso) il livornese è ormai entrato di diritto nel club dei grandi. Ci stava bene anche prima, ma Paolo è uno di quegli atleti che, generosamente, non si è mai sottratto all'aiuto che i vari capitani gli hanno chiesto. Oltre ad offrirci tecnicamente uno spettacolo superbo, ieri Bettini ci ha regalato immagini di un ciclismo che innamora, un ciclismo che rivela tutti i motivi per cui sa entrare nel cuore della gente. Ci ha provato sulla Cipressa, ci ha creduto anche quando i compagni di fuga non collaboravano, ha tentato il tutto per tutto ma quando il "gruppo schiacciasassi" l'ha risucchiato nessuno ci credeva più: probabilmente nemmeno lui. A quel punto è stato l'amico/gregario Paolini ha dare un saggio di grande ciclismo, andando a ripescarlo in fondo al gruppo, "prendendolo per un orecchio" come ha affermato lo stesso Bettini, infondendogli coraggio: "anche gli altri sono stanchi" gli ha detto Paolini e l'ha catapultato nelle prime posizioni per sferrare l'attacco decisivo in cima al Poggio, lì dove tanti hanno provato a risolvere la corsa ma dove nessuno, ormai da ben otto anni, ci riusciva più. L'epilogo è l'apoteosi del romanticismo ciclistico: il gregario si sacrifica per il capitano con la spontaneità e la sicurezza tecnica che, meglio di qualsiasi parola, dimostrano come il ruolo non sia un fatto di contratto, ma di qualità, stile e sentimenti; Bettini alza le braccia, proiettando verso il cielo le linee colorate del suo iride ma dietro di lui e molto prima di lui, Paolini esulta, buttando in dietro la testa, allungandosi verso l'alto, accompagnando "fisicamente" l'immensa gioia che sente esplodere dentro. Bettini muove la bocca, dice delle cose: non si sa se le urla o le dice a sé stesso. Trecento chilometri divorati con una lucidità disarmante che improvvisamente si annebbia con lacrimoni grandi come i suoi occhi; una gioia troppo grande che sembra spingerlo via dalla bici che sbanda e su cui si aggiusta come un equilibrista per non finire per terra. Le lacrime continuano a riempirgli gli occhi anche quando lo raggiungono i microfoni, l'abbraccio del compagno di sogni Paolini, i complimenti dei rivali Cipollini, Di Luca, Pozzato. Bettini batte il Cipollini migliore di sempre, un Cipollini che oggi a 36 anni, inizia a sfruttare tutte le doti che madre natura gli ha regalato, dimostrando che nel ciclismo (come in tutti gli sport di fatica) la testa e le motivazioni sono parte fondamentale del successo. Cinque italiani nei primi cinque, dei bei giovani all'orizzonte, immagini di grande sport e di grandi valori per un ciclismo italiano grandissimo nel panorama internazionale e per un ciclismo concreto che, coi fatti, sta cercando di riguadagnarsi una credibilità perduta.



31 marzo 2003
C'era una volta lo sport che fermava le guerre: oggi c'è una guerra che non ferma nemmeno lo sport. Incredibile una notizia apparsa ieri sui giornali: a Bagdad si gioca nonostante le bombe. Il Presidente della federcalcio irachena, Signor Uday, nonché figlio di Saddam, ordina che tutto proceda: "la guerra non deve interrompere il campionato". Così nei giorni scorsi, allo stadio di Bagdad, 5000 persone non paganti (l'ingresso era gratuito) hanno assistito ad una partita di campionato dove la squadra di casa ha vinto per tre a due; pare però che un piccolo imprevisto abbia "deconcentrato" la difesa della squadra ospite, facilitando il terzo e decisivo goal: la caduta di un missile nelle vicinanze dello stadio! Faccio parte di quella generazione che ha avuto la fortuna di non conoscere direttamente le atrocità della guerra: ma ci sono esperienze che non è necessario vivere direttamente per farsene un'idea. Non so se mi colpisce di più il fatto che in Iraq si giochi nonostante il conflitto o che ci sia in corso una guerra che sembra poter essere gestita come un gioco: o forse le due domande nascono dallo stesso dubbio. Bombe intelligenti, obiettivi militari, tutto sembra potersi svolgere compatibilmente con la quotidianità, come si trattasse di un accessorio. Sembra quasi che il conflitto sia un evento straordinario, una manifestazione, uno spettacolo che si inserisce nel quadro della normalità della vita: è evidente che siamo di fronte ad una guerra di una nuova era, con mezzi e metodi nuovi, ma sempre di guerra ovvero di un conflitto armato tra due popoli si tratta! Da una parte dunque i militari ed il conflitto, dall'altra i civili e la routine della vita ed in mezzo i giornalisti. Credo che mai come in questa triste occasione si abbia avuto conferma dell'importanza dell'informazione oggi. Coraggiosi giornalisti ci mandano informazioni ed immagini in diretta, contribuendo a dare un'impronta surreale agli scenari che hanno sullo sfondo. Anche loro sono li a documentare una situazione che sembra estranea: si combatte, ma solo in certe ore e in certi posti, una guerra che dovrebbe essere circoscritta, anche se poi gli errori sono sempre in agguato ed allora qualche bomba arriva sui mercati o vicino agli stadi e qualcuno muore. Mai come in questa occasione è emerso il potere dell'informazione oggi: basta sintonizzarsi sui diversi canali per constatare come le immagini vengano interpretate da chi le commenta, assumendo spesso significati opposti e creando confusione nelle teste di chi guarda. Addirittura l'informazione diventa essa stessa un'arma attraverso cui si "gioca" la strategia del conflitto. Trovo sconcertante questa realtà e se mi devo sforzare per trovare qualcosa di buono in questa incredibile situazione, allora spero vivamente che questi fatti aiutino, per lo meno, a ridimensionare il ruolo che l'informazione ha in tutti i veri giochi.


Antonella Bellutti