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"A pignone fisso" - Storico articoli

05 maggio 2003
Eravamo in Colombia a prepararci per i Campionati del Mondo del '95. Stavamo recuperando da una delle tante ripetute quando una luce strana invitò ad alzare lo sguardo: il sole era il centro di un meraviglioso ed intensissimo arcobaleno circolare. Uno spettacolo unico e molto suggestivo che abbiamo preso come un presagio fortunato. Uso il plurale perché, in quel momento ero con Alessandra Cappellotto. Non immediatamente, ma il segnale fu veramente favorevole visto come andò negli anni seguenti con le mie Olimpiadi della pista e con il suo Mondiale su strada. Quando capita di raccontare di quell'iride a cerchi, nessuno ci crede: così, nelle ormai rare occasioni d'incontro, ci ricordiamo e confermiamo a vicenda che quell'episodio era vero e non sognato. Dicevo che le occasioni di incontro sono ormai rare, perché io ho smesso e, come me, quasi tutte le atlete che facevano parte di quella generazione che ha contribuito a far si che il pregiudizio che accompagnava le donne su due ruote si trasformasse in considerazione e, quando è andata bene, in ammirazione. Quasi tutte hanno smesso e lei, invece, ancora non molla: oltre ai meriti agonistici (prima donna a vincere il titolo iridato su strada, bronzo ai mondiali a cronometro del '96, bronzo ai mondiale della cronometro a squadre nel '95, grande interprete delle corse a tappe) Alessandra, con la sorella Valeria è stata la prima ad avere un suo vero fans club, con tanto di presidente, feste, pullman e striscioni; è stata l'apripista delle "bellezze in bicicletta" dimostrando che il ciclismo poteva essere uno sport anche, esteticamente parlando, molto femminile. E' stata la prima ed è ancora l'unica, che se non trova la squadra che le va a genio, se la costruisce su misura e come si deve. Così è stato con la famosa "Gas" ed ora, dopo un anno passato in Olanda, Alessandra ha messo insieme la prima squadra di ciclismo femminile affiliata nella regione Marche: la "Conero Team". Fare l'atleta/dirigente non è facile e nemmeno leggero, soprattutto se sei anche amministratrice unica di un super centro di fitness che da un anno circa, a Schio, funziona felicemente. Frenata da problemi familiari e dalle tante incombenze professionali, Alessandra è arrivata al debutto stagionale solo in questo weekend, a Bolzano, per il Trofeo Banca Popolare Forst, corsa a tappe magistralmente organizzata per la settima volta dalla società ciclistica Adriana. A chi le chiede come va dice di essere stanca ma, a giudicare come regge il confronto con le avversarie nonostante il ritardo di preparazione, non ci sono dubbi che, Alessandra, sarà ancora protagonista ed il riferimento per le purtroppo poche giovani cicliste nella nuova generazione.



12 maggio 2003
Ho letto su alcuni quotidiani che fatta eccezione per Cipollini e, suo malgrado, Pantani, i volti del ciclismo sono sempre quelli di una volta; la stragrande maggioranza dei corridori dell'ultima generazione sembrerebbe conosciuta solo agli addetti ai lavori. Così, in ogni occasione in cui è richiesta la partecipazione di qualche grande del ciclismo, si ricorre ai nomi storici: Gimondi, Moser, Saronni, Ed è forse sulla scia di questo riscontro, che ad un nome storico si è fatto ricorso anche per imbastire il duello più atteso per l'edizione del Giro d'Italia 2003: Alfredo Binda. Per sostenere la filosofia contro le troppe salite, contro le medie troppo alte, contro una corsa troppo disumana, l'attenzione si è spostata sul record delle vittorie di tappa. In onore di super Mario e della sua strepitosa stagione passata, in rispetto della sua longevità e fama, si era plasmata la distribuzione dei tracciati per consentirgli di fare il protagonista e battere il primato (40 tappe), appartenente al mitico Alfredo. Sembrava questo l'unico modo di accendere l'entusiasmo e l'interesse di una manifestazione troppo provata negli ultimi anni e che proprio Re Leone, più volte, aveva contribuito a trascinare fuori dalla palude. Invece questo inizio di Giro ha trovato anche i bei occhi azzurri di Petacchi, la sua modestia e, soprattutto, la sua volata fulminante: con uno sprint senza storia, si prende la prima maglia rosa e posticipa l'appuntamento con lo storico, ambizioso successo su cui super Mario vuole scrivere il suo nome. Forse, dopo tanti anni e tanti nomi spesi inutilmente per trovargli un erede mai dimostratosi all'altezza, sebbene ancora lontano dalla volontà di abdicare, il Re Leone che non ti aspetti, insieme al suo nuovo rispettoso rivale, scesi di bici dopo la prima sorprendente volata del Giro, continuano in un appassionante, commovente, duello di complimenti, che sembra tanto un convinto passaggio di consegne. Si, il burbero, istrionico ed altezzoso Mario incensa la prima maglia rosa del Giro 2003: "odio perdere ma, se proprio doveva succedere, sono contento che sia per opera di Petacchi che è un amico, un bravo collega ed un grande professionista". Il giovane astro nascente dello sprint, pedina fondamentale per la conquista del titolo iridato a Zolder replica quasi scusandosi: "oggi l'ho battuto, come era già successo qualche altra volta, ma ciò non significa niente. Mario è unico. Non è stato un sacrificio lavorare per lui ai Mondiali e ho l'onore di sapere che una striscia dell'iride che indossa è mia!" Che dire? Forse i più maliziosi pensano ad una commedia preparata ad hoc, per spostare l'attenzione dai problemi delle due ruote: io voglio invece sperare che dopo tanti anni di gas tossici, la bicicletta che è il mezzo più ecologico che ci sia, torni ad essere sponsorizzata dall'ossigeno.



19 maggio 2003
Con il Giro d'Italia a catalizzare l'attenzione generale, i risultati ciclistici ritenuti "minori" rischiano di passare del tutto inosservati. Sebbene l'aggettivo minore mi provochi una notevole irritazione, è purtroppo ad un risultato della pista che mi riferisco, un risultato eccezionale che sottolinea ancora una volta le grandi possibilità e potenzialità della ventitreenne bergamasca, Vera Carrara. A Sydney, nella pista olimpica che tante belle emozioni mi risveglia, Vera ha vinto la corsa a punti della quarta ed ultima prova di Coppa del Mondo. La nuova formula prevista dall'UCI per la Coppa del Mondo, con le 4 prove diluite in 4 mesi (da febbraio a maggio) e distribuite in 4 continenti, le difficoltà per la nostra nazionale sono ulteriormente accresciute: senza voler mettere il dito nella piaga del solito motivo, ovvero quello di un luogo dove allenarsi, è un dato di fatto che questo handicap restringe solamente alle ultime due prove (aprile e maggio) le possibilità di concorrere con una preparazione meno approssimativa. E Vera ha risposto perfettamente al percorso studiato per lei dal tecnico della nazionale Edoardo Salvoldi, centrando un crescendo di piazzamenti culminato con un successo strepitoso anche per i nomi che Vera si è lasciata alle spalle: dietro a lei nientemeno che Marion Clignet, rientrata alle corse alla veneranda età di 37 anni e l'astro nascente della pista mondiale, la neozelandese Sarah Uhlmer. Dopo aver salvato la spedizione ai mondiali di Copenhagen dello scorso anno, portando a casa un preziosissimo bronzo, Vera ha capito di poter essere protagonista alle prossime Olimpiadi di Atene. Probabilmente anche questa presa di coscienza l'ha spinta a vincere una sua innata paura: quella di gettarsi nella mischia delle volate. Nonostante le potenzialità non le mancassero, ha sempre optato per il passo e le fughe trascurando gli sprint. Ora che il gioco si fa duro e per vincere i grandi appuntamenti bisogna essere completi, Vera ha tirato fuori tutti i suoi watt cimentandosi in strepitose volate di testa. Ha contribuito al successo finale anche la veneta Lisa Gatto, specialista nello scratch ma preziosissima spalla per la corsa a punti nelle gare di coppa che consentono la partecipazione a due atlete per nazione. Sembrano sempre più lontani i tempi in cui le donne della pista erano il buco nero della nazionale italiana. Anzi in pista come succede in tante altre discipline sportive, i risultati portano sempre più il marchio delle donne. Stando così le cose fa ancora più dispiacere che la giovanissima Elisa Frisoni, salita alla ribalta lo scorso anno per aver centrato uno storico tris d'oro nelle discipline della pista ai mondiali juniores, abbia deciso di lasciare l'attività. Con lei in sella la nazionale azzurra femminile avrebbe raggiunto il suo massimo splendore storico.




26 maggio 2003
Ieri ho vissuto da vicino la cronometro Merano - Bolzano. Spettacolo nello spettacolo la città, anzi le città e tutti i paesi compresi nel percorso, hanno dato il meglio per vivere il Giro anche nella sua dimensione di evento che affonda le radici nella storia e nella tradizione del Paese. Tante le iniziative per richiamare e coinvolgere la popolazione di addetti ai lavori o di semplici spettatori occasionali. Forte ed evidente la volontà di lanciare l'uso delle due ruote per il bene dell'ambiente e.del turismo, in una terra che vuole fare della bici l'alternativa estiva dello sci. Tra le tante iniziative ludiche anche alcune agonistiche: corsa internazionale di Handbike per disabili ed il decimo campionato italiano di ciclismo per trapiantati. Se dei disabili si parla un po' di più anche se sempre troppo poco, credo che la realtà dei trapiantati in attività, sia ai più sconosciuta. E a coloro che un po' è nota, difficilmente viene spontaneo metterla in relazione con la donazione degli organi. La sensibilità generale nei confronti delle donazioni (non solo organi ma anche midollo e sangue) è cresciuta ma sottolineare il messaggio non è mai tempo sprecato. Donare è vita e se donare il sangue ci viene più facile, sull'iscrizione all'Aido (associazione italiana donatori organi) o all'Admo (Associazione italiana donatori midollo osseo) c'è ancora qualche ingiustificata reticenza. Aido vuol dire poter dare la vita a qualcuno quando la nostra è finita e Admo vuol dire consentire un indolore prelievo (di midollo osseo e non di midollo spinale, equivoco che frena molto le iscrizioni) per salvare persone affette da leucemie ed altre malattie ematiche. La settimana scorsa ho accompagnato trecento studenti lungo il percorso della tappa a cronometro di ieri, in una giornata di sport e divertimento organizzata per merito di Michael Prenner, più volte campione italiano e vice-campione mondiale dei trapiantati. Michael è un professore di fisica che ha subito due trapianti di rene, intervallati da un intervento al cuore. Lo sport e la bici in particolare, sono stati la sua forza per riprendersi dal trauma e la passione a cui lasciarsi andare per ricominciare a vivere dopo tanti anni passati nella schiavitù della dialisi. Alla mattina insegna, nel pomeriggio si allena e alla sera organizza gare o manifestazioni varie: in bici va forte e se possibile preferisce vincere. Spesso ci riesce. A vederlo, sempre super abbronzato ed iper attivo (il Club Sportivo Trapiantati Alto Adige è la prima associazione sportiva per trapiantati in Italia) sembra impossibile credere alla sua storia. Sembra impossibile ma è un vero, forte e concreto messaggio di speranza per chi soffre e di solidarietà per chi può donare.


Antonella Bellutti