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"A pignone fisso" - Storico articoli
13 maggio 2002
L'85esimo Giro d'Italia ha messo insieme tutto il possibile per catturare entusiasmo:
traumatizzato dall'esperienza della scorsa stagione e torturato da una vigilia pungente - per
le tristemente note vicende di "ingiustizia" sportiva- l'avvenimento ciclistico
tricolore per eccellenza ha escogitato tante strategie per attirare attenzione e calore intorno
a sé! Ha cercato euforia in una partenza dall'Olanda, patria delle biciclette, tra ali
di folla inimmaginabili; ha trovato energetica allegria nella musica di Zucchero; ci ha
proiettato verso la solidarietà, che non deve spegnersi mai, coinvolgendo una madrina
che si chiama Teresa Strada ed un nuovo opinionista, il recordman dell'ora a quasi
"quaranta" di media ma. con una gamba sola, il varesino Fabrizio Macchi; e per
l'esaltazione agonistica ha sperato nell'eccentricità e l'anticonformismo per niente
ciclistici, ma assolutamente vincenti, di un certo Super Mario Cipollini, corridore decisamente
"fuori dal comune" in ogni senso! Re Leone sembrava però partito con un passo
falso: la reazione "sanguigna" nella conferenza stampa provocatoria del pre - giro,
era perdonabile solo per la gioia ancora viva della sua vittoria Sanremese. La delusione della
sfortunata prestazione del cronoprologo aveva trovato conforto solo nella conferma di una
grande condizione e nella stupefacente dimostrazione di volontà nel puntare ad una
vittoria contro il tempo invece che contro gli avversari e l'ipervelocità - come a
dire che finalmente ha deciso di sfruttare a pieno le sue qualità! E Cipo ci sarebbe
riuscito, o comunque ci sarebbe andato molto vicino, se non avesse forato. Ma uno come lui non
lascia molto alla sorte ed alla prima occasione ha dato agli eventi il suo taglio preferito,
quello vincente, arrivando al traguardo con una superiorità disarmante. E se il body
griffato del prologo non è andato sprecato solo perché sarà venduto
all'asta per beneficenza, ieri super Mario ha sfruttato il classico guardaroba del Giro, con
l'eccezionalità di fare da modello a tutte le maglie disponibili..un record niente male
come atleta ed una passerella infinita per il suo alter ego di patito per la moda! A giudicare
dalla forma mi azzardo a pronosticare che porterà la maglia rosa almeno fino a quando
avrà varcato il nostro confine, per poi lasciarla sulle spalle di un altro
italiano.naturalmente! Visto l'esaltante inizio di stagione, per i colori azzurri, non
potrà che essere così!
21 maggio 2002
Ieri ero a Torino, ospite del Salone del Libro in un dibattito dal titolo "il tempo e lo
sport"; avremmo dovuto parlare del mito sportivo, ma risultava difficile poterlo fare dopo
che, sulla torta avariata del Giro d'Italia 2002, era stata lanciata anche la ciliegina rosa
shock! Spontanea ed inevitabile dunque la conversione del tema in "il tempo del
doping"! Due giorni fa ero andata a far visita in un orfanotrofio: su che argomento
vertevano la maggior parte delle domande dei ragazzi? E del personale? E degli operatori?
Confusione, curiosità, preoccupazione, delusione si condensavano in un'unica parola:
doping! Una settimana fa ero ad un convegno su "i disabili e lo sport": volete
indovinare cosa si è detto? Mi è toccato sentire che lo sport per disabili va
riconosciuto a tutti gli effetti come sport, visto che anche in quel settore sono stati
registrati casi di doping! Questa è la situazione attuale: siamo arrivati al punto che
la gente non sa più cos'è lo sport e lo riconosce attraverso la sua negazione;
siamo arrivati al punto che lo sport di prestazione viene considerato disumano, perché
-se si fa fatica- è logico che gli atleti si devono "aiutare"! Anche
così si orienta purtroppo l'opinione pubblica, perché la scienza di oggi ci
fornisce un rimedio a qualsiasi disagio e se esiste un farmaco per ogni esigenza, è
stupido soffrire inutilmente: e nella scia di questa filosofia la soglia di tolleranza si
abbassa sempre più! Se lo sport rappresentava un esempio, un modello educativo di
riferimento per i valori di cui si è fatto portatore fin dai tempi della sua
lontanissima origine, ora questo è in piena crisi esistenziale: non lui, il modello,
ma come lo stanno vivendo i suoi attori. La gente si chiede cos'è quello che vede,
cosa può dire ai propri figli, se lo sport li tiene lontani dalla droga o li avvicina!
La gente si chiede se può gioire e lasciarsi trasportare dalle emozioni dello
spettacolo sportivo o se deve anestetizzarsi per difendersi da un'eventuale, dolorosa caduta
dei propri eroi. Il pubblico continua a non disertare le manifestazioni importanti e questo
sembra una garanzia per tutti che lo sport sopravvivrà alla sua crisi. Come la penso
io? Penso che l'atmosfera ed il fascino dei grandi appuntamenti vada al di là del puro
gesto atletico e delle vicende personali: la presenza massiccia di pubblico non è
significativo di niente se non del fatto che c'è tanta voglia e bisogno di distrazione
e divertimento. Io credo che, questa situazione di confusione esasperata e credibilità
compromessa, continuerà ad essere poco influente su di una fetta piccolissima di sport
che si autoalimenta per l'indotto che produce ed il seguito mediatico che ha (indipendentemente
dai risultati), e finirà invece per avere effetti sempre più devastanti su
tutta un'immensità di praticanti dello sport che è lontano dalla luce dei
riflettori e che non potrà più nemmeno contare sull'unica soddisfazione a cui
può ambire: la credibilità dei risultati!
27 maggio 2002
Non lo dico per sorprendervi ma col passare dei giorni mi addolora sempre meno quel che sta
succedendo al Giro: non si è alzata la mia soglia di tolleranza, ma si sta sgretolando
la roccaforte in cui si proteggevano i convinti che l'antidoping potesse essere l'eterno
sconfitto! E' vero che si parla già di doping genetico e che forse i film sugli uomini
bionici non sono stati ispirati dalla pura fantasia, ma francamente credo che se i controlli
riescono a fermare dei professionisti, qualcosa si stia muovendo: e questo, a chi ama lo sport,
deve dare speranza sebbene ormai nessuno abbia più forza e voglia di coltivarla. Il
lento e lungo stillicidio di situazioni kafkiane ha creato scetticismo e cinismo. La
mentalità dell'equazione per cui andare forte è sinonimo di dubbio ormai ha messo
radici: ma ha potuto farlo anche perché gran parte della nostra società si
è adeguata perfettamente agli agi della vita moderna per cui, anche il semplice fatto di
andare a piedi a fare la spesa, è diventato un' impresa. La fatica non è una
cosa moderna; tutto quello che viene inventato cerca di agevolarci, di alleviare le
difficoltà o di eliminarle completamente. Ovvio pertanto che gli sport di fatica
appaiano anacronistici e se da una parte tengono vivo il mito del sacrificio sportivo,
dall'altra finiscono per essere investiti della responsabilità di provocatori ed
istigatori alle scorciatoie. Mio papà ha 77 anni: durante la guerra lavorava
all'aeroporto di Bolzano ed aveva solo la bicicletta per spostarsi. Non ha mai fatto gare ma
si faceva un centinaio di chilometri due volte a settimana per andare a casa, in un paesino
sperduto delle Valli Giudicarie (nel Trentino); conosceva la fame al punto che, quando
suonavano le sirene dei bombardamenti, mentre tutti scappavano nei rifugi, lui si fermava a
cercare da mangiare nelle mense lasciate incustodite. E' alto un metro e novanta e si
arrampicava sulla salita della Paganella con una bici pesante un terzo dei suoi (allora)
settanta chili, sperando solo che ogni tanto passasse una macchina a cui attaccarsi; piccolo
dettaglio: le strade non erano asfaltate! Quando arrivava a casa trovava di che riempirsi la
pancia nonostante sua mamma (mia nonna) rimasta presto vedova, e con un'altra bambina da
sfamare (mia zia), andasse a lavorare tutti i giorni in un paese a dieci chilometri di
distanza: ci andava a piedi d'estate come d'inverno, sotto l'acqua o sopra la neve! Non credo
che solo ai miei sia capitato di vivere queste situazioni e , sarà per questo retroterra
culturale e per le mie esperienze, ma non credo affatto che sia impossibile andare forte e
fare sforzi violenti a pane ed acqua! Dobbiamo solo entrare nell'ottica che non tutti possono
fare tutto e anche quelli che possono vincere non possono vincere sempre. Non sono lo sport e
lo sport di fatica ad essere anacronistici, è solamente la cultura della vittoria ad
essere disumana!
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