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"A pignone fisso" - Storico articoli

02 giugno 2003
Il Giro è finito e Simoni l'ha stravinto. Per una volta però il protagonista principale non è il vincitore ma la corsa. Il Giro d'Italia si è riappropriato della sua dimensione di straordinario evento popolare, di festa tradizionale, richiamando l'attenzione di folle immense. Per chi crede alla teoria dei contrari per cui non si può essere tanto felici senza aver conosciuto la sofferenza, allora è facile capire l'esplosione di passione intorno alla corsa rosa. Dopo anni bui di delusioni ed imbarazzi, quel fervore che solo Cipollini, con la sua strepitosa stagione passata, era riuscito a non fare assopire del tutto, si è riacceso violentemente. Meravigliose le immagini dello scalatore che si invola solo verso il traguardo ma, a dir poco commoventi, le ali di folla che a fatica fanno passare i corridori. Sembrava scaramanzia ma alla vigilia, nessuno si lasciava andare a pronostici: organizzatori, giornalisti, corridori, tutti abbottonati. Il discorso tecnico si concentrava attorno all'unica attrazione data per certa: la sfida tra Super Mario e Binda. Ed è subito colpo di scena: Re Leone in difficoltà lancia, con le sue sconfitte, colui che sembra finalmente degno di poterne essere definito l' erede: Petacchi. Per l'abdicazione è però ancora presto e Cipollini riesce a scavalcare Binda. Nel frattempo la caccia alla maglia rosa si delinea nettamente come un duello, quasi un affare privato, tra Simoni e Garzelli. E qui inizia l'effetto catartico della corsa: gli stessi atleti, protagonisti in negativo l'anno prima, si ripropongono con una prorompente voglia di riscatto per espiare colpe o leggerezze passate, liberando in travolgenti colpi di pedale rancori capaci di sfiammare la propria rabbia ed infiammare la passione del pubblico. Ed in un tale clima di euforica rinascita non poteva mancare il ciclista che più di ogni altro ha dimostrato di essere amato dalle folle: Pantani. Pantani che non molla, Pantani che fatica ma torna competitivo, che cade, si rialza ed arriva al traguardo per ripartire e riprovare, per avere un'altra occasione in cui liberare l'orgoglio di provarci anche se le gambe sono vuote. E questo amore che gli italiani continuano a provare per Pantani e forse, paradossalmente, il messaggio più forte su cui impostare l'educazione che smantelli la cultura della vittoria. Su questo sentimento più che mai esplicito che i media non hanno potuto sorvolare è racchiuso il nucleo attivo per uscire dal meccanismo moderno di rifiuto del limite. Simoni che infierisce distacchi d'altri tempi, la sfida che si concentra sul secondo posto tra Garzelli e Popovyc, Pantani che va in fuga in pianura mandando in delirio le folle e ovunque facce scavate di fatica contorniate dall'affetto e l'entusiasmo del pubblico: evviva il Giro, il Giro ha vinto.



09 giugno 2003
Collegandosi al sito di Fabrizio Macchi si apre una pagina in cui fa bella mostra di sé un fenicottero, quell'elegante e veloce uccello migratore dal becco lungo e piume rosa che dorme mantenendosi in perfetto equilibrio su di una gamba sola. Il riferimento alla condizione di Fabrizio è esplicito, ma non si può certo dire che lo costringa al sonno. Grande sportivo da piccolo, a 13 anni subì l'amputazione della gamba sinistra a causa di un cancro. Dopo tre anni di ricovero ospedaliero Fabrizio tornò alla vita normale, col sorriso e l'ironia che spesso le persone che hanno subito prove difficili ci insegnano. Ritornò a fare anche tanti sport, ma in particolare il ciclismo. Tutti ricorderete infatti il suo record dell'ora al Vigorelli, quando sfiorò i 46 km orari pedalando in scia di tanti campioni del pedale che si davano il cambio davanti a lui; oppure le sue splendide prove a Sydney o le sue tante presenze televisive. Io lo ricordo anche arrampicare sui passi della maratona delle Dolomiti, con una disinvoltura imbarazzante per tutti gli abili presenti. Quest'anno, in occasione dell'anno europeo dedicato ai diversamente abili, Macchi è stato il grande protagonista di tante iniziative e si può dire che la sua fama si ormai pari a quella di pochi campionissimi. E già questo rappresenta un record unico per la realtà italiana. Tra le sue tante iniziative ed esperienze di cui si potrebbe parlare, ce n'è ora una del tutto particolare. Il 13 giugno inizierà lo "speciale tour 2003", uno straordinario percorso europeo di 3000 km diluiti in tappe giornaliere di 150 km. Impresa sportiva nata per concretizzare l'impegno sociale "di sensibilizzazione dell'opinione pubblica sui problemi dei disabili e sull'utilità dello sport sia dal punto di vista fisico che psicologico. Per promuovere la comprensione e l'accettazione dei cittadini portatori di handicap, sostenere i diritti dei disabili e sollecitare provvedimenti al fine di migliorare la loro vita ". Fabrizio dice spesso che lo sport ci rende tutti uguali. Se per tutti uguali intende nell'eguale condizione di esprimere le proprie diversità sono d'accordo. Infatti col suo come con tanti altri esempi di atleti diversamente abili, lo sport diventa un comune punto d'incontro in cui ognuno nella propria originalità apporta un contributo alla condivisione ed al superamento delle diversità. E' uno di quei casi in cui non è solo lo sport a dimostrare il valore delle persone ma sono anche le persone a sottolineare il valore dello sport.



16 giugno 2003
Il calcio ed i pochi sport professionistici di cui i media ci bombardano, hanno contribuito ad orientare l'immaginario collettivo verso lo sport come terra promessa da inseguire ad ogni costo; come traguardo da raggiungere per ottenere fama, ricchezza e una sistemazione per la vita. Purtroppo questa dimensione fiabesca dello sport è limitata ad una fascia ristrettissima, ad una elite di pochi atleti e di pochissime discipline. I grandi numeri dello sport agonistico devono invece fare sempre i conti con una enorme, crescente difficoltà nel conciliare l'attività con lo studio o con il lavoro: dipende dalle specialità e dal livello, ma lo sport agonistico è diventato sempre più sinonimo di dedizione totale. Allo stesso tempo però solo ad una piccola cerchia di fortunati consente di soddisfare alcuni bisogni essenziali come la necessità di uno stipendio o la capitalizzazione dell'esperienza per restare poi, in un qualche ruolo, all'interno del mondo dello sport. La normalità è quindi faticare a studiare, abbandonare gli studi o terminarli molto più tardi dei coetanei non impegnati sportivamente, con ripercussioni negative prima di tutto per il soggetto, poi per il mondo sportivo ed anche quello del lavoro. Non riconoscere il problema vuol dire rischiare di trasformare lo sport con le sue grandi valenze sociali in un peso per la società.
La difficoltà è spesso alla base degli abbandoni precoci, che toglie potenziali talenti al mondo dello sport e delle drammatizzazioni che fomentano la cultura della vittoria: se non riesci a conciliare lo sport con niente altro, chiaramente la sconfitta è un fallimento totale. C'è anche chi ci riesce e magari nello sport ha vinto molto, ma lasciare un mondo così coinvolgente come quello frequentato per tanti anni ed iniziare da capo in un' età non più giovanissima ed un nome di spicco non è proprio facilissimo, anche psicologicamente. Non risolvere il problema è sinonimo di perdita anche per il mondo del lavoro che si lascia sfuggire il coinvolgimento di giovani lavoratori potenzialmente molto validi. Per anni i gruppi sportivi militari sono stati gli unici riferimenti per contenere il danno. Poi è arrivato il primo progetto Adecco che, trovando una collocazione professionale agli ex atleti, mirava alla risoluzione delle conseguenze. Ora è il momento del primo progetto che tenta di rimuovere la causa, curando la formazione (a distanza via internet) su materie che consentiranno successivamente l'inserimento in realtà lavorative collegate direttamente o indirettamente al movimento sportivo. Il progetto si chiama "sport to job" ed è messo in atto da Italia Lavoro, agenzia tecnica del Ministero del Welfare con la collaborazione del Coni. Le iscrizioni sono già partite (per informazioni collegarsi al sito www.sport2job.it ) e mirano a raggiungere il numero di 400 atleti (100 per regione) residenti o affiliati a società con sede in Lombardia, Piemonte, Toscana o Sicilia. Le lezioni partiranno a settembre.



26 giugno 2006
Il Tour del centenario sta per partire, Pantani rinuncia, Cipollini fa ricorso, Petacchi storce il naso e Simoni pensa in giallo. Animi diverse e motivazioni varie, ma proprio questo misto di situazioni ed ambizioni sottolineano una volta di più che, l'unico grande protagonista del Tour, è il Tour stesso. Alpi e Pirenei, scalate, cronometro o volate in proporzioni e ordine diversi, non cambiano il risultato: indipendentemente da quale sia il percorso, partecipare ad un Giro di Francia, è come mettere piede in un luogo sacro; uno di quelli per i quali c'è ancora chi dice che l'importante è esserci stati almeno una volta. La Francia è il ciclismo ed il Tour è il suo tempio itinerante.
Una versione più popolare e flessibile di quello che rappresenta per il tennis un altro evento che proprio oggi prende il via: il torneo di Wimbledon. L'erba londinese è ancora il teatro più prestigioso ed affascinante del grande Slam; tanto prestigioso da fare del mestiere del giardiniere sportivo, una professione molto quotata.
E di mito in mito, come non pensare alle prossime Olimpiadi?
Dall'antica Grecia ereditiamo i Giochi Olimpici e da Atene nel 1986 prese il via la sua edizione moderna. Nel 1996 Atlanta, per una battaglia commerciale, tolse la gioia del centenario alla capitale greca ma, finalmente, sebbene con un paio di edizioni di ritardo, la fiamma olimpica tornerà ad ardere nella terra in cui si accese.
Se il mito olimpico è dunque uno dei pochi che ancora tiene vivo il motto di De Couberten, cosa sarà nel 2004 di una fantasmagorica edizione moderna dei Giochi che si fonde coi luoghi protagonisti della sua storia? Chi è stato ad Atene conosce bene il fascino di una città dove il glorioso passato è ancora così visibilmente presente e suggestivo anche per il turista più refrattario. Ricordo ancora la volta, l'ultima per l'esattezza, in cui tra un allenamento e l'altro in pista, sentii l'irresistibile desiderio di vedere Maratona: presi la bici ed andai. Quattro case, una pista di atletica (moderna), una enorme linea di partenza e un piccolo altare coi cinque cerchi. Niente a che vedere con il Partenone e l'Acropoli che sovrastano la capitale o con il meraviglioso Stadio Olimpico perfettamente visibile dall'unica via che attraversa la città. Niente di così eclatante e sfarzoso ma simboli apparentemente insignificanti in ricordo della fatica di Filippide capaci di suscitare grandi emozioni in chi subisce il fascino olimpico. Nella terra dove ogni dettaglio tradisce lo spirito dei cinque cerchi, forse l'agonismo avrà nella poesia il migliore alleato dei Giochi Olimpici.
Non se ne parla mai ma anche nello sport la tradizione ha il suo peso.


Antonella Bellutti