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"A pignone fisso" - Storico articoli
06 gennaio 2003
E' come in quei film d'azione dove devi saltare il crepaccio che ti separa dalla salvezza; hai
paura ma ce la devi fare per forza: saltando rischi la pelle ma è l'unica speranza che
hai. Ogni volta che un atleta fa una gara è come se dovesse saltare quel crepaccio:
più importante è la gara, più in lungo deve saltare e più in basso
rischia di cadere. Per molti sport questa è solo una metafora della sconfitta: per
altri è la vita. Per chi pratica discipline a rischio, vincere non è solo salire
sul podio ma anche portare la pelle a casa. Si fa fatica a pensarci quando si sta comodamente
seduti sul proprio divano a guardare in televisione gli uomini jet della discesa libera o della
formula uno. Ci aprì gli occhi Lauda, tanti anni fa, quando perse il mondiale
perché ebbe paura di continuare a correre sotto la pioggia battente. L' ha ricordato
Isolde Kostner con la caduta a oltre cento all'ora a Lake Louise e ce l'ha detto Kristian
Ghedina, a Bormio, dopo aver tagliato il traguardo con oltre cinque secondi di ritardo dal
vincitore: "stavo per non partire, per non gareggiare e lasciare perdere tutto. Poi ho
deciso di gareggiare lo stesso, anche a rischio di fare una brutta figura. E' pur sempre il mio
lavoro. Ho pensato di mollare tutto. Forse sono troppo vecchio." Arriva un momento in cui
l'età, l'umiltà o semplicemente l'insicurezza non permettono che vincere e vivere
siano i due estremi di una scelta. Se sei un atleta di alto livello devi avere estro, che
è quello che sta nel mezzo tra l'arte e l'istinto: devi spontaneamente, senza pensare,
muovere il tuo corpo in un gesto che sia un capolavoro. Ma questo non può essere la
normalità. Ci sono giorni, momenti, periodi in cui tutto fila liscio, facilmente e senza
intoppi ed altri in cui l'ingranaggio s'inceppa e tu, atleta che rischi, lo sai e temi che
possa costarti la vita. Lo scorso inverno, nelle mattinate siberiane, mentre sbadigliando mi
aggiravo tra i bob cercando la voglia ed il coraggio di correre il più veloce che potevo
in discesa, sul ghiaccio, spingendo sempre più forte quel mostro di due quintali che
andava già abbastanza veloce per conto suo, guardavo i piloti: come cavolo facevano ad
essere così determinati ed aggressivi appena svegli? Cosa pensavano quando uscivano dal
letto caldo, sapendo che di li a poco avrebbero dovuto guidare il mostro nel budello ghiacciato
alla velocità della luce? Sono giunta alla conclusione che se te lo chiedi non puoi
fare il pilota! Il problema sta nel limite: in quello che devi sfidare e in quello che temi di
avere; basta questo pensiero a fregarti. Forse è così anche per Ghedina: non ci
sono soldi od orgoglio che tengano se pensi o temi che la tua vita scivoli con te sugli
sci.
12 gennaio 2003
Questa settimana avevo deciso di parlare dello sci alpino; mi piaceva pensare di raccontare di
questo nuovo, giovane gruppo che sta nascendo e già convincendo. E avevo pensieri
bianchi, come la neve su cui sciano. Ma poi succede una cosa terribile: Denis Zanette muore per
un attacco cardiaco ed i pensieri bianchi improvvisamente diventano stonati ed irrispettosi del
tragico lutto. Sarebbe bello scivolare via leggeri invece bisogna ancorarsi e scavare nella
terra buia. Quando avevo 17 anni ed ancora bazzicavo nell'atletica, avevo conosciuto Birgit
Dressel, la più forte eptathleta tedesca (dell'ovest e va sottolineato visto che allora
c'era ancora il muro). Aveva la dinamite nei piedi e due splendidi occhi azzurri, furbi e
vivaci. Era simpatica, gentile e sempre disponibile. La allenava il marito e davano
l'impressione di essere una coppia molto affiatata. L'anno dopo la incontro ad una gara: si era
molto appesantita e pareva che sullo sguardo fosse calata la nebbia. La saluto e non risponde.
Ho pensato che fosse un brutto momento. La incontro in altri momenti ma la scena si ripete. Ci
rimasi un po' male ma non ci pensai più. Ricominciai a pensarci un anno dopo quando
durante uno dei miei quotidiani allenamenti, mi arrivò la notizia della sua morte:
morì a 26 anni di un improvviso e inspiegabile collasso. Sentii dire tante cose: avrei
preferito sentirne una sola, convincente e definitiva. Mi tornò in mente quando
morì la Griffith e quando Amstrong si ammalò di cancro. Mi torna in mente ora che
Zanette se ne è andato. Quando un giovane muore il bisogno di perché è
straziante. Quando il giovane che muore è uno sportivo o un campione, il perché
è d'obbligo. Oggi siamo di fronte ad una doppia tragedia: quella di una giovane vedova,
con due orfane di padre di 5 anni e 8 mesi e quella di un forte professionista di 32 anni il
cui cuore, abituato a enormi fatiche, all'improvviso smette di battere. Anche in questo caso
sento dire tante cose: preferirei sentirne una sola, convincente e definitiva. Perché
peggio della morte c'è ancora qualcosa: infangare il ricordo di chi muore. Allora quale
senso di responsabilità spinge ad insinuare ipotesi crudeli prima che la scienza abbia
emesso i suoi verdetti? Solo quando la scienza avrà dato le sue risposte sapremo se
questa tragedia sarà un deterrente che potrà evitarne molte altre. E chiudo con
uno di speranza: che lo stesso interesse che accompagna ora la tragedia, accompagni le risposte
certe di cui tutti abbiamo bisogno.
20 gennaio 2003
Come tutti gli anni in questo periodo, le squadre del ciclismo si presentano; le squadre del
calcio si rimpastano. Mi è piaciuta la Fassa Bortolo che ha illustrato i suoi programmi
dichiarando che "ogni gara, ogni fatica, ogni vittoria sarà dedicata a
Zanette". Non mi piace invece il mercato d'inverno che cambia maglia ai giocatori a
metà campionato. Il ciclismo è uno sport individuale. Il calcio è uno
sport di squadra, fino qui ci arrivo. Ma non sono tanto sicura di sapere ancora cosa vuol dire
fare uno sport di squadra. Insomma mi sembra che queste manovre di metà campionato
abbiano svuotato ulteriormente il valore del gioco vero e proprio. La sensazione è
quella che si cambino le carte in tavola. Sarò antiquata ad illudermi ancora che lo
sport non debba e non possa assecondare in tutto e per tutto le regole del commercio, ma
continua a non piacermi che a metà campionato uno come Batistuta svesta i colori di una
Roma ormai fuori corsa per inseguire uno scudetto in nerazzurro: niente di personale, ma lo
trovo poco sportivo (il regolamento, non Batistuta). Lasciamo stare il campanilismo, il
radicamento, il senso di appartenenza che -purtroppo- so che sono concetti superati per lo
sport spettacolo di oggi, ma questo mi sa proprio di passo definitivo verso la trasformazione
del calcio in asettica catena di produzione. La chiave della metamorfosi è il tempo:
finché il calcio rimane un gioco, il tempo è prezioso per maturare il talento;
passando a catena di montaggio il tempo diventa denaro. Allora i vivai, lo
"spogliatoio", la fiducia al Mister, i rapporti umani non contano più: si
compra la migliore materia prima e la si assembla per avere il meglio. Non importa che il
meglio duri, basti che si raggiunga almeno una volta. Peccato che spesso il giochetto non
funzioni. L'Inter da anni spende un'esagerazione per avere tutte le migliori
individualità. Il Chievo, da due stagioni ormai, insegna che lo spirito di squadra fa
risparmiare e porta lontano: certo bisogna crederci e magari avere un po' di pazienza.
Fatalità (?) solo Del Neri si è espresso definendo il calcio mercato d'inverno un
trauma psicologico. Visione antiquata del danno che dei mercenari del pallone non sono tenuti a
patire. E penso a Baggio quando, tornando da interista nella "sua" Bologna,
comprò una pagina del quotidiano locale per dire ai suoi tanti tifosi che non se li era
dimenticati, per vincere il disagio di giocare contro la squadra che l'aveva fatto rinascere.
Romanticherie d'altri tempi, certo!
Adesso tutti devono essere pronti al cambiamento, anche a lavori in corso, anche deciso
dall'alto. Si perché sembra che Batistuta sia contento di andare all'Inter, come l'Inter
di pagarlo e la Roma di prestarlo. Ma per una trattativa consensuale quante non lo saranno?
Come tanti soldatini ben pagati tutti devono essere pronti a cambiare fronte al comando? Ecco,
mi viene da chiamarla sindrome da telecomando, i cui sintomi sono necessità impellente
di cambiare sempre, prima ancora di capire se una cosa va cambiata; grande dispendio di risorse
economiche, incapacità di costruire, esasperazione della ricerca del risultato. E penso
ai tifosi: si userà ancora chiedere per quale squadra tieni?
27 gennaio 2003
La fuga dei cervelli e la preoccupazione per la ricerca, costituiscono un argomento di grande
attualità che mi ha portato a pensare a quanto sta vivendo lo sport dilettantistico in
Italia. Tante le analogie: la ricerca in Italia marcia faticosamente, lo sport dilettantistico
è ormai sull'orlo della paralisi. Le strutture, i laboratori, gli strumenti per i nostri
scienziati sono deficitarii ed i migliori scelgono di andare a lavorare all'estero; sono troppi
gli atleti di alto livello costretti ad emigrare per periodi più o meno lunghi alla
ricerca delle condizioni ottimali per la preparazione ai grandi eventi. Le nuove generazioni di
scienziati, quelli più motivati e passionali, vengono mortificati; al momento, anche gli
atleti di alto livello, faticano a trovare sponsorizzazioni private. Il Coni e le Federazioni
sono in ginocchio: molti atleti della fascia medio alta o quelli giovani, che ancora hanno
bisogno di tempo ed esperienza per maturare, sono costretti a lasciare l'attività; chi
continua non ha le condizioni migliori per poterlo fare. In questo modo succede che non
c'è ricambio: il vertice resta finché ne ha la possibilità e quando smette
lascia il vuoto. Nonostante i grandi risultati alle Olimpiadi, in troppe discipline si vive
sulla fortuna di qualche talento, non si costruisce il movimento e non gli si dà fiducia
e strutture. Nel passato materie prime e manodopera a basso costo potevano fare la differenza
nello sviluppo economico di una nazione. Una volta nello sport bastavano le doti. Oggi
l'applicazione e la dedizione devono essere totali. Si deve inseguire la specializzazione
assoluta per poter essere competitivi. In Italia è assente un sistema ufficiale che
riconosca le capacità dei ricercatori e la credibilità dei risultati raggiunti.
Nello sport abbiamo di recente assistito al cambiamento di Rosolino. Il campione napoletano,
con doppio passaporto, non ci ha pensato due volte ed ha sfruttato l'Australia, la sua seconda
patria, per andare ad allenarsi in pace e serenità. Da dopo Sydney venne perseguitato
con sospetti mai provati sull'uso di sostanze dopanti. Non contenti lo tirarono in ballo anche
per una fantomatica dichiarazione di un fantomatico anonimo pentito, che lo infangava dello
stesso sospetto, chiaramente senza alcuna prova. Per un patrimonio nazionale, per uno che il
mondo ci invidia, direi che il trattamento non è stato proprio dei più raffinati.
Credo che nel terzo millennio i problemi andrebbero affrontati con un approccio diverso. Sono
passati diversi secoli da quando bastava avere i capelli rossi per finire sul rogo, ma
purtroppo nel mondo sportivo basta essere forti per subire la pubblica gogna del sospetto. In
un articolo di qualche giorno fa, dell'ex Ministro della Sanità Veronesi sui problemi
della ricerca in Italia, è scritto: "occorre ideare un progetto ad alto valore
scientifico che insegni la cultura della razionalità e della metodologia scientifica, il
rifiuto della superstizione e della approssimazione". Parole di scienziato, necessitano
forse di commento?
Da queste condizioni in cui versa la ricerca, non può che nascere un'Italia
culturalmente arretrata ed in difficoltà. Così mentre le altre nazioni vanno
avanti noi restiamo a guardare, accumulando dei gap sempre più irrecuperabili. Siamo
dietro la Germania, la Francia, l'Inghilterra e sotto la media europea per gli investimenti
fatti nella ricerca. Siamo una delle ultime ruote del carro per l'investimento e l'attenzione
all'attività motoria. Le analogie sono fin troppe, peccato siano tutte negative!
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