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"A pignone fisso" - Storico articoli
03 febbraio 2003
Non se ne parla mai, nemmeno per sbaglio. Giusto un accenno se c'è una vittoria che
conta o se il mondiale è in Italia. Questa volta è andata bene e le due
condizioni si sono unite. Al campionato mondiale di ciclocross, organizzato in Puglia, Enrico
Franzoi ha vinto nella categoria under 23. Bravo, anzi bravissimo questo ragazzone veneto che
stravince un mondiale già dimostrato alla sua portata l'anno passato; nel frattempo,
purtroppo, è arrivata un'altra motivazione: la morte della mamma ha dato una spinta in
più per realizzare il grande sogno legato alla maglia iridata.
Viviamo un momento in cui gli sport di fatica sono in grande crisi di vocazione: andare in bici
è uno sport duro, se poi bisogna farlo al freddo, nel fango, saltando giù di
sella quando il terreno si fa impossibile e superarlo correndo con la bici sulle spalle, allora
quasi si sconfina nell'avventura. Questa specialità molto praticata nei paesi del nord,
dove la bici è il mezzo di trasporto preferito ma il tempo è spesso infelice,
trova il suo naturale habitat nel fuori strada appesantito dalle condizioni atmosferiche:
più sono brutte e più il clima è giusto. Date le inversioni meteorologiche
a cui ci siamo abituati negli ultimi anni, non era quindi così strano organizzare un
mondiale in Puglia, che ormai vede più neve delle Dolomiti, oltre ad essere stata la
regione che ha dato i natali al grande Di Tano. Ad un certo punto si è pensato, o forse
sperato, che il ciclocross diventasse disciplina olimpica, ma delle Olimpiadi invernali. Se la
proposta fosse passata, il ciclismo sarebbe stato l'unico sport ad avere specialità
nelle due distinte edizioni. La richiesta non è stata accolta e allora chi fa il
ciclocross, quasi sempre lo fa per prepararsi alla mountain bike o all'attività su
strada. Qui da noi di specialisti non ce ne sono: l'unico è probabilmente stato Pontoni
ed il prossimo, a sentirne le dichiarazioni, sarà proprio Franzoi.
Restano le "scuole" della tradizione e dell'esperienza, dislocate nei soliti punti
strategici per il ciclismo (Veneto, Friuli, Lombardia, Emilia) e qualche caso sporadico qua e
là. Restano questi focolai di attività grazie a chi crede ancora che sia giusto
insegnare il ciclismo in forma varia e completa: che la multilateralità ciclistica porti
giovamento per la futura specializzazione di chi potrà e vorrà puntare in alto.
Non può che far piacere dunque vedere un giovane italiano primeggiare in una
specialità tanto dura ed affascinante quanto dimenticata. Lo abbiamo già
constatato per la pista: non sarà certo qualche grande risultato a far cambiare rotta a
quella che è ormai la tendenza generale, solo strada, strada, strada! Qui poi non ci
sono nemmeno in palio medaglie olimpiche. In compenso però non servono velodromi e
forse, visto che di fango e prati qualcosa ancora ci resta, magari grazie al bravo Franzoi, ci
saranno più giovani disposti a mettersi alla prova d'inverno su terreni difficili e
alternativi.
10 febbraio 2003
Gli "anta" non fanno più paura!
L'età media della popolazione avanza e con essa anche quella degli atleti. Ultimamente
molti campioni hanno consentito di accendere i riflettori sull'età a cui ancora si
permettono di essere ai vertici. Martina Navratilova a 46 anni ha vinto il doppio misto agli
Australian Open. Ieri Gall Devers 36enne statunitense che nella sua carriera ha vinto tutto e
di più dopo aver superato mille problemi fisici, ha stabilito il nuovo record USA dei
60metri ad ostacoli; un record che durava ormai da 14 anni. A 39 Michael Jordan continua ad
essere un mito. Cipollini, dal Mar Rosso, dove si trova in preparazione per l'esordio
stagionale previsto al Puig per la fine di Febbraio, ci fa sapere che punta a bissare l'iride
nel mondiale di Barcellona del 2005.
Esempi di longevità non li abbiamo solo da oggi, soprattutto negli sport tecnico-
tattici dove abilità ed esperienza possono spesso permettere di sopperire qualche
acciacco fisico (ricordiamoci di Dino Meneghin nel Basket). Quello che sorprende ora è
che la longevità si sta affermando sempre più anche negli sport di prestazione,
quelle discipline dove il logorio fisico e mentale è pazzesco ed il miglioramento delle
qualità atletiche è il fattore determinante ai fini della prestazione. Accanto al
talento e alle qualità individuali sono state riconosciute molte cause: il miglioramento
delle metodologie di allenamento, i passi avanti della medicina e della fisioterapia (che
consentono recuperi dagli infortuni sempre più rapidi e completi), la possibilità
di fare della propria attività un lavoro molto ben remunerato. Senza nulla togliere ai
sentimenti, alla passione ed a tutte le motivazioni che hanno la precedenza
nell'attività sportiva, c'è infatti da notare coloro che continuano ad oltranza,
incuranti del passare degli anni, si dividono generalmente in due categorie: quella dei
supercampioni di sport professionistici che hanno sicuramente un giro d'affari collegato alla
propria attività e quella dei supercampioni di sport poveri che, finalmente, dopo tanti
sacrifici si possono godere anche qualche vantaggio. E' infatti vero che troppo spesso, solo
dopo aver raggiunto grandi risultati, gli atleti delle discipline povere riescono ad ottenere
il rispetto e le condizioni migliori per poter organizzare la propria attività. Per lo
stesso motivo troppi atleti di talento non riescono ad arrivare al grande successo e lasciano
ancora prima di averci potuto provare veramente. Per questo assistiamo ad un lento e
progressivo innalzamento dell'età media degli atleti di vertice. La cosa preoccupante
è che sono sempre di più la discipline dove al di sotto del vertice c'è il
vuoto!
17 febbraio 2003
L'annunciata rivoluzione mondiale della pista è scoppiata. Da tempo correvano voci di
grandi cambiamenti ma sembrava che tutto si sarebbe concluso con un nulla di fatto
poiché, le modifiche ai calendari ed al regolamento, avrebbero costretto la maggior
parte dei Paesi a sacrifici e difficoltà insormontabili. Invece la rivoluzione voluta
dall'UCI, è scoppiata lo stesso: partecipazione obbligatoria per la qualificazione ai
campionati mondiali, con almeno il 50% della formazione completa a tutte le prove di Coppa del
Mondo (5), diluite tra Febbraio e Giugno e distribuite, secondo un democratico principio delle
pari opportunità, nei cinque continenti. I cambiamenti però non finiscono qui nel
senso che, gradualmente, la pista dovrà assumere un "identità"
prettamente invernale e consumarsi intermante tra Novembre e Marzo. Peccato però che, al
momento, niente faccia pensare che la pista entri a far parte delle discipline delle Olimpiadi
invernali. In pratica è come se gli sciatori facessero la loro stagione di Coppa del
Mondo ma poi dovessero fare le Olimpiadi a Luglio. Oltre alla solita disumanizzazione della
scelta, che costringerebbe ad un impegno ad alto livello per tutto l'anno, c'è anche la
difficoltà oggettiva di dover affrontare la preparazione, di uno dei due eventi, in
climi avversi. Questo accentuerà ancora di più l'handicap tra gli atleti che
dispongono o meno di un velodromo coperto. Chi non ce l'ha dovrà emigrare tutto l'anno
(invece che per metà) oppure rassegnarsi al semplice ruolo di comparsa. Il costo di una
preparazione in queste condizioni diverrà quindi un fattore limitante ai fini della
prestazione. Non siamo gli unici, noi italiani, a soffrire di questo problema; siamo
però l'unica Nazione ciclisticamente rilevante accanto ai tanti Paesi poveri
(soprattutto del centro-sud America e dell'Asia che magari però godono di un clima
più favorevole) che, negli ultimi anni, hanno dato impulso e numeri al movimento. Mi
sorprende molto che si sia arrivati a tali decisioni proprio all'indomani di un'altra
rivoluzione (quella però fu tecnica) che l'UCI mise in atto pochissimi anni fa. Fior
fiore di materiali, dovettero finire a marcire nei magazzini. Contratti tecnologici con aziende
all'avanguardia vennero messi improvvisamente al bando: niente telai strani, niente manubri
particolari, perché tutti avrebbero dovuto correre nelle stesse condizioni per far si
che la differenza emergesse "solo" dal talento fisico e non dal vantaggio
tecnologico. Andate a chiedere ai nostri ragazzi che in questo fine settimana erano a Mosca a
disputare la prima prova di Coppa del Mondo 2003: andate a chiedere a loro se, è
più importante avere un telaio monoscocca in carbonio o in tubi di acciaio oppure
allenarsi in un velodromo coperto. Non avrei dubbi sulla risposta nemmeno d'estate,
figuriamoci d'inverno!
24 febbraio 2003
Nel 1996, dopo la mia prima vittoria olimpica, venne organizzata una gara "tipo
pista" allo stadio Druso di Bolzano, mia città natale: era solo il surrogato di un
velodromo, ma un modo abbastanza valido per offrire al pubblico cittadino uno spettacolo con
gare conosciute, ai più, solo di nome. Era la prima volta che una manifestazione
ciclistica tornava in quella pista di atletica leggera, dopo gli arrivi trionfali di Coppi e
Merckx in tappe del Giro d'Italia che fecero la storia del Giro e quella della tradizione
sportiva della città: un'eredità pesante! Nel frattempo la terra rossa era
diventata tartan ma, nella tradizione cittadina, la cornice restava quella dei trionfi dei
grandi campioni del Giro d'Italia. Sebbene non sia una terra particolarmente fertile di
ciclisti agonisti, l'Alto Adige è infatti un territorio che, per le sue caratteristiche
naturali, è stato spesso scelto come sfondo a tante epiche imprese delle due ruote. Per
34 volte il Giro d'Italia ha coinvolto l'Alto Adige; per 12 volte la tappa si è conclusa
a Bolzano: il 25 Maggio del 2003, sarà la tredicesima. Questa volta però la
scelta è stata provocatoria: a Bolzano non si concluderà una tappa dolomitica, ma
una tappa a cronometro. Per la prima volta nella "sua" storia di sede del Giro
d'Italia, la provincia di Bolzano non accoglierà la sfida contro le salite, ma contro il
tempo. E' una novità assoluta quella presentata lo scorso 19 Febbraio, con molto
entusiasmo, dal comitato organizzatore. Un percorso breve, da Merano a Bolzano, in gran parte
adatto a sviluppare altissime velocità e che solo nel finale prevede una salitella,
impegnativa a giudizio dei profani, ma sicuramente uno scherzo per i professionisti d'oggi. Una
grande occasione offerta agli appassionati per vedere uno spettacolo ciclistico, in questi
luoghi, assolutamente inusuale. Una bella possibilità per scoprire il fascino diverso,
ma non per questo meno coinvolgente, di un esercizio ciclistico che si consuma nella solitudine
del ritmo delle proprie pedalate, nella spettacolarità di bici e materiali
avveniristici, nel confronto con un unico avversario: il cronometro. C'è molta attesa
per questo avvenimento: attesa concretizzata in tutta una serie di manifestazioni collaterali
nei settori della scuola, del turismo, della ricreazione; una dimostrazione in più
(semmai ce ne fosse bisogno) del grande valore extra- sportivo che una manifestazione come il
Giro d'Italia rappresenta per la popolazione. E a noi resta solo la speranza che, questa
consapevolezza, sappia finalmente far breccia nel vortice negativo che da troppi anni ormai
compromette il significato del Giro.
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