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Dall'atletica alla bicicletta


La prima volta che misi piede in un campo sportivo avevo 10 anni e provai subito il salto in
lungo. Presi la rincorsa dalla pedana e ...zack, feci un salto incredibile, tanto che il mio
maestro di ginnastica mi disse: non è che vorresti fare qualche garetta ??...
E così ho cominciato ad andare al campo. Per me stare su quella bella pista rossa ad
allenarmi tutto il giorno era una grande gioia, un bellissimo divertimento. In poco tempo
scoprii che andavo bene non solo nel lungo, ma anche in altre specialità dell'atletica
e, nel 1987, al passaggio nella categoria seniores, decisi di dedicarmi alle prove multiple
(eptathlon). Solo che non avevo fatto i conti con questa specializzazione estremamente dura
di sette discipline diverse da preparare: per cui oltre ad essere forte, veloce, resistente,
devi anche padroneggiare perfettamente la tecnica di esecuzione. Cominciai ad avere problemi
muscolari, soprattutto alle ginocchia, per eccessivi carichi di lavoro. Fui visitata da decine
di dottori, ma nessuno riusciva a capire che problema avessi; in tutto persi quasi due anni.
Poi ricominciai ad allenarmi, mi ero trasferita in una società di Firenze, dove studiavo
all'Isef. In quel momento mi mancò l'appoggio della Federazione, ma riprovai
trasferendomi a Formia, alla Scuola Nazionale di Atletica Leggera, da dove sarei dovuto
uscire "recuperata": invece dopo qualche mese anche lì le cose non andarono
bene e me ne tornai a casa. Eravamo nel 1991 e non volevo più saperne di sport
agonistico. Per quasi un anno non ho fatto nulla. Vedendomi così giù, mio
fratello Stefano - e un gruppo di amici che facevano triathlon - mi convinsero ad andare
in bici con loro; allora ho iniziato, ma solo per divertimento, senza nessuna ambizione
agonistica: oramai avevo chiuso con l'atletica e non volevo più saperne di fare gare.
Ricordo che la prima volta che sono andata in bicicletta ero con un mio amico che mi fa:
" oggi stai a ruota, stai tranquilla dietro a me ". A un certo punto, stufa di andare
così piano gli dico: "ma scusa, quand'è che cominciamo ad andare un po'
più forte? "Lui si gira, era tutto sudato.... E capita che un giorno, mentre provo
una ripetuta impegnativa, supero di slancio due amatori che mi riconoscono: sono Renato Valle,
il dirigente di quella che sarebbe stata la mia squadra, l'Adriana, e Nino Lazzarotto, il
responsabile tecnico regionale per il ciclismo del Trentino Alto Adige. Mi telefonano a casa
e mi chiedono se sono interessata a fare qualche gara in pista. Non so perché abbiano
pensato proprio alla pista, ho detto, mah, proviamo. per curiosità. Eravamo nel 1991 e
sono andata in pista giusto quella volta lì, perché a Bolzano non c'è il
velodromo; ho provato, ho visto che mi piaceva - mi ricordava molto l'atletica leggera - ma
per quell'anno gare non ce n'erano più, per cui rimandammo tutto alla stagione
successiva.
Nel 1992 arrivai seconda nel Campionato italiano inseguimento, entrai nella nazionale e feci
parte del quartetto azzurro della cinquanta chilometri che arrivò quarto a Benidorm;
successe tutto all'improvviso, non mi aspettavo nemmeno di fare il quartetto. Mi trovai di
nuovo a fare agonismo senza aver ancora maturato la consapevolezza di volerlo fare seriamente;
non ero convinta, volevo lavorare, avere una sicurezza economica, inoltre non riuscivo ad
introdurmi nell'ambiente ciclistico e mi faceva paura l'idea di dedicarmi di nuovo allo sport.
Così smisi. Mi diplomai all'ISEF e mi trasferii a Trento dove iniziai a lavorare in una
palestra e ad insegnare in un liceo privato. Una mia amica mi trascinò sul parquet,
perché alla sua squadra mancava il preparatore atletico. Ma alla squadra mancava anche
un pivot e così -dopo qualche mese- mi ritrovai a giocare a basket, in serie
"C" e.. vincemmo il campionato! Finché De Donà, il tecnico della
nazionale azzurra, non mi convince a riprovare con la pista. Feci i una gara nell'aprile del
1994 con un risultato lusinghiero e mi trovai "scaraventata" ai Mondiali di Palermo,
in luglio. Ero lì solo per fare esperienza e invece arrivai quarta nell'inseguimento.
Fu in quel momento che mi convinsi dei miei mezzi.
Nel 1995 lascio la scuola, lavoro solo alla sera in palestra e per la prima volta inizio ad
allenarmi "seriamente" nell'inseguimento. Arriva l'argento ai Mondiali di
Bogotà, preceduto addirittura da un record del mondo...durato però solo pochi
minuti e per questo non omologato. Il 1996 è l'anno delle Olimpiadi ad Atlanta: un
inverno di lavoro duro, ritiri con la nazionale, tabelle di allenamento e tanti esperimenti
alla ricerca della posizione ottimale sulle nuova bici col manubrio allungato. In aprile a
Cali (in Colombia) arriva il nuovo record del mondo sui tre chilometri: 3'31"924: un
risultato che mi candida tra le favorite per l'oro olimpico. E infatti ad Atlanta arriva:
dopo aver battuto l'inglese Mc Gregor e l'australiana Watt, è la volta dell'entusiasmante
finale con la Clignet. E' oro! Una medaglia che ho dedicato a chi crede ancora nello sport
pulito.
Dopo le Olimpiadi ho provato a dedicarmi sia alla pista sia alla strada con alterne fortune.
Le corse in linea sono state un'esperienza molto importante e le vittorie ottenute mi hanno
riempito di gioia, ma purtroppo le mie caratteristiche non mi hanno permesso di competere ad
alto livello su entrambi i fronti. Così si sono alternate belle vittorie su strada e
pista a prestazioni un po' più opache. Nel frattempo l'UCI (la federazione ciclistica
internazionale) ha deciso di porre delle misure standard alle biciclette. Questo ha significato
la fine della posizione allungata alla quale avevo dedicato un anno intero di lavoro. Ma la cosa
ridicola è che così facendo (ponendo un limite standard) gli atleti grandi non
possono adottare la posizione allungata mentre quelli piccoli si. Oltre alla delusione
personale, c'è stata la grande delusione di trovare un regolamento discriminante. Per me
questo voleva dire anche non avere più quel vantaggio aerodinamico che mi avrebbe
consentito di fare la differenza rispetto alle mie avversarie. I 500 metri da ferma non si
sapeva ancora se sarebbero diventati disciplina olimpica così - per Sydney - non mi
restava che puntare sulla corsa a punti. Chi la conosce sa però che tipo di gara sia:
nonostante arrivassi quasi sempre sul podio nelle gare internazionali, mi dava fastidio puntare
tutto su una specialità dove se qualcuno ti cade addosso hai vanificato anni di
preparazione. Così mentre sapevo di poter andare a vincere una medaglia a Sydney nella
corsa a punti, non ho mai trascurato nemmeno la disciplina in cui dovevo difendere il titolo
olimpico conquistato 4 anni prima. Ho provato una nuova posizione aerodinamica, ma il tempo non
è stato sufficiente ad ottenere il risultato che desideravo. Comunque lavorarci sopra mi
ha dato l'entusiasmo di credere di potercela fare e di strappare magari un bronzo a quattro anni
di distanza da Atlanta. Invece, per ironia della sorte la neozelandese Sarah Ulmer che
(ritornando al discorso di prima) poteva correre proprio nella stessa posizione in cui io vinsi
ad Atlanta, mi ha eliminato dalla finale per il bronzo per un solo decimo. E' stata dura
digerire tutte le critiche ed i commenti ma sapevo di dover voltare pagina a concentrarmi per la
corsa a punti che avrei avuto dopo due giorni. Sono partita senza paura, con la leggerezza di
chi sa quanto ha fatto per essere lì al meglio. Non volevo vincere a tutti i costi,
volevo solo correre facendo bella figura e dando il meglio di me. E' andato tutto come nel
migliore dei film e mi sono ritrovata col secondo oro al collo: il secondo oro olimpico!
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