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"A pignone fisso" - Storico articoli

03 agosto 2003
Il nome non ha nulla a che vedere con la considerazione, ma il bronzo se lo sarebbe proprio meritata: Giorgia Bronzini, ha fatto il miglior risultato della spedizione azzurra ai campionati mondiali di ciclismo su pista, disputatisi a Stoccarda. Spedizione limitata a sei unità, due donne e quattro uomini. La giovanissima Giorgia nello scratch, gara dove l'esperienza è fondamentale e la fortuna spesso condiziona i risultati, è rimasta per un niente ai piedi del podio. Grande e bella dimostrazione di carattere e talento per una giovane che si è sempre divisa tra strada, pista e fuoristrada ma che, essendo cresciuta ciclisticamente sull'anello di Fiorenzuola, nutre per questa specialità un sentimento particolare. In questa disciplina, come nella corsa a punti (specialità più facilmente conciliabili con l'attività su strada) potrebbe avere nel futuro belle soddisfazioni. Nell'individuale a punti Vera Carrara, tenuta a lungo inattiva da una frattura alla spalla, non aveva certo la condizione per sperare di confermare lo splendido terzo posto dell'anno passato. Più che giustificata dunque la sua poca competitività, sperando che la sfortuna sia una motivazione in più per fare meglio nell'anno olimpico che verrà. In campo maschile ancora una volta l'obbiettivo era solamente "il fare esperienza" e così è stato. E ancora una volta dunque, l'Italia ha indossato gli abiti della Cenerentola in un movimento mondiale sempre più concorrenziale; accanto alle nazioni storicamente ai vertici del movimento si vedono crescere di anno in anno atleti di Paesi ciclisticamente sconosciuti. Questo è il destino e il bello della pista mondiale: un'evoluzione che avvicina questo settore sempre più all'universalità delle grandi discipline di massa come l'atletica ed il nuoto. Settore dove gli stradisti sono sempre meno e meno competitivi, nonostante l'ostinata convinzione (tutta italiana) di potersi allenare correndo su strada per poi affinare all'ultimo momento la condizione in pista, prima dei grandi appuntamenti. Anche il tedesco Bartko, per anni ai vertici dell'inseguimento individuale e a squadre, mattatore incontrastato alle ultime Olimpiadi, dopo essere passato al professionismo si è dovuto accontentare, in questo mondiale, di fare la semplice comparsa. Dodici sono le medaglie olimpiche messe in palio in questo settore del ciclismo e questo basta a renderlo terreno fertile per lo sviluppo di scuole e strutture u po' ovunque e per farlo diventare sempre più uno sport a sé. Chi non dispone di risorse economiche, strutture o di tradizione tecnica si appoggia alla scuola svizzera dell'UCI. Inutile parlare della nostra situazione. Ormai è una storia vecchia, immutata, che tutti conoscono, che si rispolvera una volta l'anno, quando il confronto internazionale ci fa vergognare.



18 agosto 2003
Ad un anno dall'Olimpiade greca il risultato ottenuto a Sydney dalla squadra italiana, sembra più lontano che mai. La scadenza inizia ad avvicinarsi e, come per incanto, ci si ricomincia a preoccupare di come vanno le cose nelle discipline olimpiche. Questo strano fenomeno scandito in cicli quadriennali che si concludono con la manifestazione sportiva più importante al mondo, è ormai assunto a tradizione. Quando inizia il conto alla rovescia partono anche i bilanci, le previsioni; si rispolverano le discipline dimenticate e si lucidano i vecchi ori, facendo proporzioni e confronti per cercare di convincersi che la spedizione ancora una volta saprà sorprendere. Forse è bello così ma certamente non è troppo giusto. Quando suona l'inno tutti si commuovono e i vincitori - eroi (chi per un giorno chi per un po' di più) riescono a strappare promesse sul fatto che si, bisogna parlarne di più, bisogna dare più spazio a queste discipline povere e faticose, ricche anche di esempi positivi e sicuramente diversi da quelli di una piccolissima fetta di sport spettacolo sempre più dissociata dal resto della realtà sportiva, di cui i media costantemente ci bombardano. Ecco, solo un po' di spazio, che poi forse è l'unica cosa di cui hanno particolarmente bisogno queste specialità che al calcio non invidiano proprio niente se non la possibilità di un pizzico di visibilità in più; perché è quello che più serve per potersi autoalimentare, per strappare un po' di energia con cui rinsaldare la propria dignità. Perché si parla tanto dei danni della cultura della vittoria, ma poi si grida al fallimento per un quarto posto o si affonda un movimento, come quello del nuoto, che sta sempre più consolidandosi per numeri e per campioni ai vertici mondiali. Perché si commentano negativamente gli effetti della superspecializzazione ma non si esce dal circolo vizioso della legge per cui, nella stragrande maggioranza degli sport, conta solo l'Olimpiade e possibilmente se viene vinta. La crisi di vocazione non è più dietro l'angolo, è ormai una triste realtà. I vivai scarseggiano e quando l' impegno si fa serio sono sempre più coloro che abbandonano per impegnarsi in territori più sicuri. Per carità, fare sport non è obbligatorio, ma non è nemmeno giusto non creare le condizioni perché ci si possa cimentare chi ha voglia e talento.
In questa torrida estate, surriscaldata anche da vicende che sembrano ancora lontane da una soluzione e che sottolineano una volta di più che negli sport professionistici, calcio in testa, l'aspetto agonistico non è tanto segnare, quanto dribblare gli interessi, le speculazioni e i continui insulti alle regole, c'è un grande risultato di cui si potrebbe responsabilizzare la prossima Olimpiade: quello che la terra greca la renda più che mai dispensatrice di spirito olimpico, di vocazione ed entusiasmo che salvino lo sport.



25 agosto 2003
Non si tratta più di qualche caso isolato; non si tratta nemmeno di una caratteristica peculiare delle discipline aerobiche o di squadra, rispetto a quelle di velocità o individuali; ancora meno sembra essere una prerogativa di atleti costretti a fare gli atleti, perché non saprebbero cos'altro fare nella vita. La longevità sportiva è un fenomeno sempre più solido e diffuso che si presta a tante considerazioni tecniche, psicologiche e sociali. Una volta i confini di età sembravano molto ben definiti anche in relazione al tipo di specialità: i nuotatori compiuti i venti anni erano vecchi; le ginnaste non arrivavano nemmeno a diventare maggiorenni che già abbandonavano le pedane. Della velocità si diceva che era una qualità inversamente proporzionale all'età: con l'aumentare degli anni inesorabilmente dovevano calare le prestazioni; qualche eccezione negli sport di squadra dove la tecnica e l'esperienza potevano sopperire al "decadimento" fisico ma per il resto solo qualche disperato che tirava a campare per non affrontare il problema di cercare un lavoro ed iniziare da zero in un altro mondo. Per sfatare questi pregiudizi basti parlare di quanto si è visto anche solo negli ultimi mesi:
Popov, trentaduenne vince i 50 ed i 100 stile libero agli ultimi mondiali di nuoto. La russa Svetlana Khorkina che con i suoi 24 anni è di gran lunga una vecchia rispetto allo stuolo di ragazzine avversarie, vince il suo terzo titolo mondiale assoluto nella ginnastica. Oltre all'atleta fa l'attrice di teatro a Mosca. Dai mondiali di atletica in corso a Parigi ci sarebbe una lunga lista di nomi da fare ma bastino quelli di Marlene Ottey quarantenne diva dei 100 e 200 metri e Jonathan Edwards trentasettenne re del salto triplo: come si suol dire, "alla faccia della forza esplosiva e della velocità"! Anche negli sport ricchi, a partire dal tennis, (vedi Agassi e Navratilova) senza dimenticare il signor calcio (vedi Costacurta o Maldini), i casi di over trenta/quaranta saldamente alla breccia non fanno difetto. Che dire, se non che evidentemente lo sport ha le sue ragioni che il tempo, la maturità e la ricchezza non sanno scalfire; che evidentemente le possibilità che lo sport offre per conoscersi, mettersi alla prova, gratificarsi, impadronirsi della propria vita, è qualcosa di raro e forse unico; che l'equilibrio interiore necessario per l'abitudine all'agonismo permette di sfruttare meglio le infinite risorse fisiche e psichiche del nostro corpo. E, evidentemente, chi è riuscito a trovare il giusto equilibrio per stare nel mondo sportivo, non vorrebbe lasciarlo più. In un momento più che mai difficile per la credibilità dello sport, forse non ci resta che guardare quanti "vecchietti" ci sono sul tetto del mondo e chiedersi perché sanno essere ancora lì.


Antonella Bellutti