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"A pignone fisso" - Storico articoli

05 agosto 2002
Questa è la storia del velodromo coperto che non c'è.
C'era una volta una nazione che vinceva un sacco di medaglie in pista, che aveva una squadra di ciclismo su pista invidiata da tutto il mondo e che, a tutto il mondo, insegnò come si pedala in pista: l'Italia. Già nel 1935 aveva un velodromo, il Vigorelli, semicoperto, bello ed affascinante al punto di diventare, giustamente, motivo di orgoglio della nazione e della sua tradizione ciclistica. Questo monumento della storia sportiva nazionale morì e rinacque diverse volte: dai bombardamenti del 1943, dai nove anni di chiusura (1975-1984), dalla disastrosa nevicata del 1985, ma inutilmente per quella che era la sua naturale destinazione: il ciclismo su pista. In tempi un po' meno lontani nacque una pista coperta all'interno di un palasport, ma come a testimoniare il fatto che il ciclismo su pista mal si concilia con la stagione invernale, anche questa venne messa fuori uso da una nevicata esagerata. Così quella bella nazione, faro delle biciclette e delle biciclette a pignone fisso, dovette abituarsi a convivere con questa tremendo handicap. Ma mentre l'Italia continuava a non farsi una ragione di questa mancanza, le altre nazioni correvano 360 giorni all'anno, organizzavano gare indipendentemente dai gradi del termometro o dal colore del cielo e andavano avanti, avanti, avanti. Così il tempo passò e siccome, nonostante tutto, qualche volta il tricolore riuscì ugualmente ad unirsi ai cinque cerchi sul gradino più alto del podio, tutti pensarono che finalmente la storia avrebbe avuto il lieto fine: così si diceva e, nella speranza, gli atleti continuavano a pedalare tra valigie e paesi stranieri. Nel frattempo, entrati nel terzo millennio, la gare non sentono più stagioni e calendari, e chi d'inverno o col maltempo non si può allenare farebbe meglio a stare a casa. La spietata realtà continua a far sperare che la cenerentola Italia riesca a trovare il bel principe azzurro che compia il miracolo ma, nel terzo millennio nessuno crede ancora che la storia del velodromo coperto che non c'è, possa essere una bella favola a lieto fine.
Come i genitori per addormentare i bambini raccontano certe favole, così altre favole ricorrono tra gli amanti della pista per rinvigorirne la speranza: peccato che ormai non funzionino più.



12 agosto 2002
In questa estate ricca di rassegne continentali sono tante le belle immagini da ricordare al pari dei successi raccolti dagli azzurri. Infatti non so voi, ma i ragazzi italiani del nuoto non mi hanno entusiasmato solo per i strabilianti risultati di cui sono stati capaci, ma anche e soprattutto per l'incredibile unità che hanno dimostrato. Vedere in tribuna Brambilla e Rosolino, tra striscioni e tricolori da sventolare e tatuati sulla faccia, a tifare per Boggiatto o Vismara, è una di quelle scene che, da chi ama lo sport, non passano certo inosservate. Quasi commuove anche il napoletano Rummolo, fresco campione europeo nella disciplina in cui vinse l'oro l'assente biolimpionico di Sydney, Domenico Fioravanti (costretto a casa da un infortunio alla spalla); in tempestivo collegamento telefonico fornitogli dai giornalisti -appena uscito dalla vasca- dice al suo amico-rivale convalescente in patria: " o Quagliò, spicciati a rientrare che ci manchi!". Oppure quando spiega che lui è un manovale delle piscine, uno che deve lavorare il doppio perché non ha il talento del suo compagno assente, da una lezione di quella modestia che è propria solo di chi conosce l'immenso lavoro che si cela dietro le grandi imprese; o ancora quando esprime sobriamente e razionalmente la sua felicità per quell'oro europeo che lo ripaga degli innumerevoli sacrifici, giustifica la vittoria quasi fosse un premio di produzione in attesa del rientro del campione talentuoso infortunato, dando un saggio di implicito riconoscimento di gerarchie della natura, che chi fa sport agonistico dovrebbe conoscere bene!
Ma ancora vorrei ricordare i tre decatleti italiani, agili europei di atletica a Monaco: rappresentanti di una disciplina mai presa sul serio in Italia, pur incarnando la massima espressione della completezza: finite le 10 fatiche percorrono abbracciati un giro d'onore, felici di essere i tre moschettieri di un gruppo finalmente preso sul serio e portato a battersi in campo internazionale!



19 agosto 2002
Più volte da atleta ho dovuto rispondere ad una domanda che mi sembrava a dir poco assurda per la mia realtà: "ha ancora senso vestire la maglia azzurra?" Non solo non ne trovavo il motivo, ma mi sembrava addirittura blasfema! Da quando ho più tempo per seguire i fatti sportivi altrui e tento di farmi una visione a 360 gradi della realtà sportiva moderna, incomincio a capire meglio i contorni di un simile dubbio! Si perché se si arriva in certi sport a sospettare di coalizioni trasversali a scapito delle squadre nazionali vuol dire che, a livello professionistico, ci sono presupposti per pensare che le uniche bandiere significative siano quelle che garantiscono lo stipendio ed alimentano il mercato. Ma se possono esserci dubbi sul reale significato o valore delle rappresentative nazionali, cosa potremmo dire dei club? Sulla scia del tormentone estivo, Ronaldo resta, Ronaldo va, che cosa si può pensare? Il buon e pio fenomeno può veramente essere così ingrato verso la squadra che lo ha, a caro prezzo, curato ed aspettato? O quello che è stato montato è un caso per giustificare il disappunto dei tifosi e in realtà è magari l'Inter stesso a volerlo vendere? Perché a sentire le cifre ed i metodi di questo calcio mercato, dove si parla di così tanti soldi che non si capisce nemmeno quanti sono e dove i giocatori sembrano merce di scambio per cui prendi due e paghi uno o tu mi dai questo e io ti do quello. insomma siamo sicuri che è l'atleta a decidere cosa fare? Forse i tifosi ormai si dividono tra quelli che appoggiano una squadra e quelli che sostengono i campioni? E ancora siamo sicuri che il campanilismo sia ancora di moda? La squadra di una città suscita l'affetto negli abitanti della città che rappresenta, anche se è formata da atleti che vengono da fuori o addirittura dall'estero? E per guardare in questa realtà non serve concentrarsi nelle società professionistiche quotate in borsa: è sufficiente andare nei campionati di serie A femminile dei giochi di squadra, basta guardare al non interesse che i club nutrono ormai da anni verso i propri vivai. Spesso sento parlare di queste cose come di comportamenti sportivi eticamente non corretti, ma non sono forse una conseguenza della commercializzazione esasperata e della globalizzazione? Non ho risposte a tutti questi interrogativi ma solo una certezza nata dall'esperienza vissuta: sentire di appartenere ad un gruppo, ad una squadra, ad una nazione, riempie i propri risultati di un senso molto, ma molto più ampio.



27 agosto 2002
Solo super Mario poteva riuscire a rientrare senza essersene mai andato! Sì perché c'è forse qualcuno che ha creduto che lasciasse veramente? Proprio a metà della stagione della sua apoteosi? A pochi mesi di un mondiale che sembra fatto su misura per lui? E poteva dare un addio così striminzito uno che riesce a far notizia anche quando è fermo, incolonnato in autostrada? Vi ricordate che un paio di stagioni fa Re Leone, bloccato nella sua ammiraglia, riuscì a vivacizzare perfino l'infinita e nervosa attesa di una colonna di automobilisti isterici, mettendosi a firmare autografi?
Nell'arco di una carriera la voglia di smettere passa nella testa di un atleta un sacco di volte, ma la decisione vera arriva solo dopo lunga e sofferta meditazione!
Il 2002 è stato per Cipollini una fonte continua di soddisfazioni: le sue dichiarazioni sono state sempre all'impronta dell'entusiasmo e del futuro e per questo quell'annuncio di ritiro dato via internet, seguito da una poco convincente conferenza stampa non poteva essere il vero unico addio alla bici di Super Mario Re Leone Cipollini! E poi dove si è mai visto uno che lascia e poi si allena tanto quanto o forse più di prima? Abbiamo visto servizi del velocista in allenamento per sei, sette ore.! Insomma uno poi può anche ripensarci, Michael Jordan insegna, ma questo abbandono improvviso seguito da un rientro lampo, hanno tanto il sapore di essere poco spontanei! Come tentativo d'addio quindi il voto non può essere un gran che, ma al contrario, se Super Mario voleva solo riempire il buco dell'assenza imposta al Tour allora, come sempre, la tattica si rivela quella vincente del grande velocista che è!
Ora però, la prossima mossa che tutti si aspettano da Mario Cipollini, è quella di indossare una maglia iridata che, da troppo tempo, non finisce sulle spalle di un italiano!


Antonella Bellutti